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Teatri Senza Frontiere nei campi profughi della Bosnia Erzegovina: “Capire una realtà complessa come questa in una settimana è cosa ardua” IL DIARIO DI MARCO RENZI

TEATRI SENZA FRONTIERE - Il diario di Marco Renzi
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di Marco Renzi

foto Martina Filosa

Cari amici, è difficile raccontarvi questa settimana che abbiamo trascorso a Sarajevo, molto difficile. Tutto è complesso, a partire dal Paese dove siamo, nato da una guerra civile di cui ancora si vedono i segni sulle facciate di alcuni palazzi, come pure è complesso capire le ragioni che hanno portato a questo conflitto. Sappiamo che c’era una Serbia che voleva essere “grande” e sull’altare di queste ambizioni non ha esitato a sparare a ottomila uomini disarmati in quel di Sebrenica. Sappiamo delle epurazioni etniche, delle atrocità commesse e degli stupri, tutto è arrivato, come se provenisse da una terra lontana e selvaggia, mentre invece fioriva nel giardino del nostro vicino, lo stesso che ogni mattina ci salutava con garbo e maniera. Sarajevo è una città a mio parere splendida, è la terza volta che ci torno, circondata da verdi colline foderate di case che da lontano richiamano le favelas di San Paolo, ma ad uno sguardo più attento si svelano in abitazioni piccole e ben fatte. Città multiforme, punteggiata da un’infinità di minareti, tra i quali è possibile scorgere le forme della Cattedrale Ortodossa, di quella Cattolica e persino della Sinagoga. La “old town” è un dedalo di piccole vie dove si accavallano bar, ristoranti e botteghe di souvenir color del rame, pochi passi più in là, sule rive del fiume, è possibile vedere la ricostruita Biblioteca Nazionale, quella bombardata dall’esercito Serbo, responsabile di un incendio che ha bruciato oltre due milioni di libri. Quello che adesso si può ammirare è purtroppo solo la sbiadita copia dello splendore di un edificio arabo di fronte al quale si restava interdetti dalla bellezza.

Questa volta non sono venuto a Sarajevo per visitare la città, ma per rendermi conto di cosa fossero i campi profughi e per portare anche a questi ultimi della terra un sorriso, come da dodici anni facciamo con TEATRI SENZA FRONTIERE in tutto il mondo. Siamo sulla oramai famosa rotta balcanica e la Bosnia Erzegovina è ben fornita di campi che qui chiamano di prima accoglienza, come fossero reception di campeggi. Attorno alla città ce ne sono tre, nel nord, verso Bhiac, ai confini con la Croazia, molti di più. Ho trascorso, insieme ai miei compagni di viaggio, poco meno di una settimana in uno di questo campi, quello di Usivak, 20 Km fuori città, ricavato da un vecchio insediamento dell’esercito di Tito, uno dei migliori, almeno così dicono gli operatori che ci lavorano, dedicato alle famiglie, mente in un altro vicino ci sono solo uomini e ragazzi maggiorenni arrivati da soli.

Capire una realtà complessa come questa in una settimana è cosa ardua, forse impossibile, mi limiterò a raccontare ciò che ho visto, nulla di più. Non sta a me individuare la soluzione di un problema così grande, spetta ad altri, a quelli che sono strapagati per questo e spero che lo facciano non alla maniera che ho letto proprio oggi sulle pagine dei giornali italiani, quella di erigere ancora costosi muri di separazione, con la pretesa poi che a pagarli siano le casse dell’Unione Europea. Non c’è bisogno di strapagare persone per avere queste soluzioni, come si può davanti ad un padre ed una madre che arrivano dopo giorni e giorni di cammino, con in braccio i loro figli, concepire un accoglienza fatta di filo spinato e cemento. Non mi interessa se sono tanti, se non abbiamo spazio sufficiente per tutti, se la gente ha paura, queste persone vanno accolte ed aiutate, punto. Il resto viene dopo, ma molto dopo, così dopo che quasi non conta più, ed è su quel dopo che dovete, voi che siete strapagati per comandare, trovare soluzioni che rientrino nella categoria umana e non andarle a cercare altrove.
Il campo di Usivak è in un bosco, con un piccolo ruscello che riemerge proprio nel centro e che è stato imbrigliato dai vecchi militari che lo abitavano. All’arrivo c’è un check con miliari, dove si entra solo se in possesso di regolare autorizzazione, una volta superato siamo nel campo vero e proprio, ci sono baracche in legno e metallo, gestite dalle varie organizzazioni che operano nel campo, prima tra tutti quella delle Nazioni Unite e della UE, poi Unicef, Croce Rossa, Caritas e IPSIA/Acli. Il personale gira con addosso le casacche dove sono ben stampati i loghi di appartenenza ed è rassicurante vederli, si capisce che si stanno adoperando per dare quanto possibile a chi arriva e a chi parte.

Il campo è qualcosa di indefinibile, ospita in questo periodo circa 400 persone, in maggioranza provenienti dall’Afghanistan, sono famiglie e molti bambini corrono di qua e di la, colorando di vita ogni cosa intorno. I nuclei sono ospitati nei container, moduli metallici di due metri per quattro, praticamene occupati dai soli letti. C’è una baracca più grande dove si mangia e a tutti è garantita una colazione, un pranzo ed una cena, quale sia la qualità e la quantità di questo cibo non ci è dato saperlo, le regole del campo sono rigide, nessun visitatore (quale noi siamo) può girare da solo e senza permesso, non è possibile fare fotografie né alle persone né alle cose. L’unico luogo dove ci possiamo muovere liberamente è quello del “Social Corner”, gestito dalla Caritas che ci ospita. E’ lo spazio sociale del campo, aperto dal lunedì al venerdì fino alle 16 del pomeriggio, voluto e finanziato da Papa Francesco, oltre questo non c’è altro. Nel “Social Corner” ci sono tavoli con giochi diversi, un biliardino, un ping pong e due grandi bollitori che sfornano té in continuazione, bevanda che gli afghani, come gli altri, dimostrano di gradire in modo particolare. Si comincia al mattino e si va avanti fino alla chiusura in una processione infinita di uomini, donne e bambini che girano con un bicchiere di carta fumante in mano. Al “Social Corner” ho conosciuto un uomo giovane che sta tentando di raggiungere la Francia, dove vive sta sua moglie, lui mangia con gli operatori della Caritas che si limitano a prendere in un supermercato relativamente vicino: pezzi di pollo, peperoni, cotolette e sostiene che quelle cose sono un miraggio per chi mangia alla mensa.

La vita del campo è sospesa in un limbo infinito e difficile da credersi, ogni tanto qualcuno parte per fare il “Game”, così chiamano in gergo il provare a passare il confine. L’obiettivo finale è raggiungere i Paesi dell’area Schengen e da lì ricongiungersi con parenti che vivono in Germania, Francia, Italia e via dicendo. Ci sono organizzazioni di farabutti che in cambio di soldi li portano vicino al confine croato da dove provano a passare: molti a piedi, altri nascosti nei camion. Alcuni, pochi in verità, ci riescono, gli altri vengono presi e riportati ai campi, si riposano, si riorganizzano e tentano ancora, per mesi, anni, perchè indietro non possono più tornare. Corrono voci su migranti picchiati dalla polizia sia Serba che Croata, derubati, umiliati più di quello che già sono, questi sono racconti che ho sentito e nulla di più. Al campo gente arriva e se ne va ogni giorno, tutti sono liberi di uscire e rientrare. Gli operatori parlano di famiglie che hanno lasciato tutto quello che avevano perché la situazione nel loro Paese si era fatta invivibile e se pensiamo all’avvento dei talebani non facciamo certo fatica a capire il fenomeno. Scappano, con i vestiti che hanno addosso, con pochi soldi ben cuciti nei pantaloni, portando per mano bambini anche molto piccoli: camminano, sperano, sognano un futuro, solo il caso che muove ogni cosa li ha fatti stare da quella parte bastarda del mondo, saremo potuti esserci noi, anche voi, e al loro posto avreste fatto la stessa identica cosa. Per quel che mi riguarda non ho dubbi, non avrei esitato un istante a prendere le mie figlie e partire pur di garantirgli una vita migliore, non credo si tratti di calcoli matematici ma di istinto di sopravvivenza che ci porta a mettere in salvo la nostra prole, sempre e comunque.
Fa freddo a Sarajevo, oggi, Sabato 9 Ottobre, la massima è arrivata a 6 gradi e la minima a 1, tra poco si vedrà la neve e nei campi non ci sono riscaldamenti centralizzati, ciascuno si procura coperte e se può una stufetta elettrica e così va avanti. C’è un braciere vicino allo spazio dove operiamo, è già acceso quando verso le 9 del mattino arriviamo e resta così fin quando ce ne andiamo, intorno c’è sempre gente, si scaldano fin quando c’è legna, bevono té, parlano, ascoltano la musica della loro terra attraverso i telefonini, i bambini corrono e giocano, quasi tutti sono in ciabatte e a piedi nudi. Se qualcuno ha mai pensato che fossero in campeggio si è sbagliato di grosso, sono un popolo che nessuno vuole, che sopravvive con la forza della disperazione, che sa di non poter tornare indietro e che deve giocare al “game”, sperando prima o poi di avere fortuna.

In questo contesto difficile abbiamo portato un bene apparentemente superfluo, il Teatro, abbiamo visto fiorire sorrisi sui volti di tutti e dei bambini in particolare, non ci è permesso mostrarli, sarebbero eloquenti più di mille parole. Il Teatro ci ha abbracciato e reso, almeno per un’ora, un gruppo di essere umani. Certo è la goccia in un oceano di sofferenze, ma in quel mare così grande da oggi c’è anche la nostra piccola goccia, riusciamo persino a vederla, in mezzo alle altre, è piccola ma ci riempie di felicità.
Ho visto tanti giovani di tutte le organizzazioni, in modo particolare quelli della Caritas che ci ha ospitato, si danno da fare, servono quintali di té, puliscono, pensano a come poter fare di meglio, sono loro la nostra speranza, muratori che stanno edificando qualcosa per gli altri e per loro stessi, per l’onorabilità della loro anima.
Riparto con questa speranza e con gli occhi dei tanti bambini mal vestiti e in ciabatte che ho incontrato, che Dio, a qualunque nome risponda, si prenda cura di loro e li protegga da ogni muro.

Un ringraziamento a quanti hanno sostenuto questo progetto: Comune di Montegiorgio, Comune di Montegranaro e Veregra Street Festival, Clown & Clown Festival di Monte San Giusto, Elettromedia di Potenza Picena, Osiride Coop Sociale di Formia, Coop Mosaico e Lazio Sette. Maurizio Stammati, Marco Mastantuono, Ruggero Ratti. Le foto sono di Martina Filosa.

 


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