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Madonna dell’Ambro, piccola “Lourdes” tra i Monti Sibillini

STORIA del santuario mariano più antico delle Marche e il più frequentato per secoli, dopo quello di Loreto. Prende il nome dal torrente che nasce dal Monte Priora e si getta nel Tenna. L’edificio sacro è situato proprio nella gola “creata” dal corso d’acqua tra i monti Priora e Castel Manardo, in un ambiente montano affascinante. L'origine legata all’apparizione della Madonna a due pastorelle
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santuario in un’immagine invernale (ph dal sito madonnadellambro.it)

di Gabriele Vecchioni

Nel territorio del comune montano di Montefortino, alle pendici dei Sibillini, a circa 700 metri di altitudine, sorge uno dei tanti (sono più di cento!) santuari mariani delle Marche. È la chiesa della Madonna dell’Ambro, che prende il nome dal torrente che nasce dal Monte Priora e, dopo un breve percorso (12 chilometri), si getta nel Tenna. L’edificio sacro è situato proprio nella gola “creata” dal corso d’acqua tra i monti Priora e Castel Manardo, in un ambiente montano affascinante, soprattutto nel periodo tardo-autunnale, quando è evidente il fenomeno del foliage.

L’area del santuario da uno dei sentieri escursionistici (ph F. Laganà)

La leggenda della fondazione. Il santuario viene spesso definito “Lourdes dei Sibillini”, parallelo giustificato dal fatto che la fondazione dei due santuari è legata all’apparizione della Madonna a due giovanissime, devote pastorelle. Nel caso del santuario francese, la testimone è la quattordicenne Bernadette Soubirou; per il santuario dell’Ambro, la veggente è la piccola Santina, una quindicenne muta dalla nascita.

La visione miracolosa risale all’anno Mille. La pastora Santina era solita deporre fiori davanti a un’immagine della Vergine, in un bosco vicino al torrente; qui avvenne l’epifanìa, come racconta la lapide posta dietro l’altare della chiesa: «Nel maggio del Mille la Vergine SS., cinta di straordinario splendore, apparve in questa sacra roccia all’umile pastorella Santina, muta fin dalla nascita. La fanciulla ottenne il dono della parola in premio delle preghiere ed offerte di fiori silvestri che ogni giorno faceva all’immagine della Madonna, posta nella cavità di un faggio».

Nel 1998, il “Bollettino del Comitato per la costruzione della strada rotabile” precisava che «… su in alto, ben disposta al tronco di una quercia, campeggiava l’immagine della Regina dell’Ambro, cui erano di padiglione quei rami annosi…». C’è discordanza su quale albero ospitasse l’immagine sacra ma il fatto non inficia la linearità del racconto: nelle Marche meridionali, tutti gli alberi di un certo volume erano “querce”…

La valle dell’Ambro d’autunno (ph dal sito madonnadellambro.it)

La Madonna, avvolta in un manto regale, chiese a Santina di riferire ai sacerdoti del suo borgo (Montefortino) che voleva essere venerata in quel luogo. L’apparizione della divinità nel luogo dove vuole essere onorata è un passaggio obbligato nell’edificazione di molti santuari e dei luoghi sacri in generale; è una ierofanìa comune a molti santuari mariani: la Vergine appare in un contesto naturale e lascia una prescrizione, con la richiesta della costruzione di un edificio sacro a Lei dedicato.

Il santuario. L’esortazione fu accolta e la chiesa fu eretta in breve tempo (i primi documenti sono del 1073): colpisce il fatto che una comunità di fedeli di così ridotte dimensioni sia riuscita a realizzare l’opera nel giro di pochi decenni; si consideri, però, che la partecipazione popolare spontanea e sentita a un progetto comune rafforza l’identità locale e il senso di appartenenza alla comunità e costituisce uno stimolo forte che permette di superare le difficoltà.

Il Santuario dell’Ambro è il santuario mariano più antico delle Marche e il più frequentato per secoli, dopo quello, più famoso, di Loreto. Negli atti, la località è definita “Amaro” (Santa Maria in Amaro era il nome originario della chiesa, conosciuta anche come Santa Maria di Steterano); diventò “Ambro” dopo diversi passaggi, probabilmente per un errore dell’amanuense che doveva copiare la pergamena. Per quanto riguarda il toponimo, alcuni studiosi fanno notare che il termine celtico “ambe” indicava un corso d’acqua e, quindi, potrebbe essere stato applicato, verosimilmente, al luogo dove sorge il santuario.

Le prime notizie relative alla presenza in loco di un culto cristiano risalgono ai primi decenni del sec. XI, quando i feudatari del luogo vollero decorare un edificio già esistente con donativi, in segno di devozione verso la vicina abbazia benedettina di Sant’Anastasio, a Casalicchio di Amandola (poi diventata dei S.S. Vincenzo e Anastasio). Il documento già citato del 1073 è un atto di donazione, da parte dell’abate di Sant’Anastasio, di ben 300 ettari (comprensivi anche di annessi come mulini), a testimonianza della grande frequentazione di fedeli che il luogo già aveva.

Montefortino (ph Slow bike-CAI Ascoli Piceno)

Il santuario subì un periodo di decadenza dal 1433, quando fu abbandonato dai monaci e spogliato di molti beni. Nel sec. XVI, Felice Peretti, arcivescovo di Fermo e futuro papa Sisto V, vi insediò un cappellano; all’inizio del sec. XVII, fu ricostruita l’edicola originaria, punto di riferimento per i fedeli ma ormai danneggiata dal tempo e, subito dopo (1603), fu costruita una chiesa nuova che inglobava la precedente.

La chiesa attuale. Dell’edificio originario non rimangono tracce; la parte più antica è costituita dalla cappella che conteneva l’immagine della Vergine col Bambino, una statua in terracotta policroma colorata a olio, di probabile fattura abruzzese (sec. XVI), collocata nel 1562 e poi nella chiesa nuova (1603), protetta da una grata.

L’edificio attuale si deve all’architetto urbinate Ventura Venturi, famoso per i suoi interventi al santuario di Loreto. Il nuovo tempio fu realizzato a navata unica, con la volta a botte e sei piccole cappelle laterali; singolare la sistemazione della cosiddetta Cappella dell’Annunciazione (nome derivato dal dipinto del pittore ginesino Domenico Malpiedi, allievo del Barocci, sec. XVI) che ospita l’immagine della Madonna dell’Ambro, isolata nell’area absidale e alla quale si accede passando ai lati dell’altare principale. La statua è comunque visibile dall’aula principale della chiesa, grazie a una grande apertura ricavata sopra l’altare stesso. Il sacello fu affrescato (1611) dal pittore e intagliatore Martino Bonfini, all’epoca piuttosto noto.

Il santuario (ph F. Laganà)

Alle pareti della vecchia cappella sono esposte centinaia di foto di bambini raccomandati alla Vergine e di persone che esprimono riconoscenza per una grazia ricevuta; colpiscono quelle, in bianco e nero, di tanti soldati che chiedono la grazia di tornare sani e salvi a casa, lontano dagli orrori della guerra.

All’esterno, il santuario ha mantenuto, nel tempo, un’architettura lineare fino al 1939, quando fu aggiunto il porticato sulla facciata principale e il campanile. Qualche decennio prima era stato costruito, adiacente al fabbricato, il cosiddetto “Conventino” per ospitare i frati custodi della struttura.

L’apparato decorativo. L’interno del santuario è ricco di opere d’arte che il visitatore non si aspetta di trovare in un santuario isolato tra i monti.
La parete dell’altare principale è decorata da due affreschi di Virgilio Parodi (dei primi decenni del Novecento) che sintetizzano la storia ormai millenaria della chiesa: a sinistra, l’apparizione della Vergine a Santina e, a destra, la fantasia dell’artista ha riunito tre figure di santi, guidati da un angelo, che nella realtà non avrebbero potuto realizzare l’omaggio floreale rappresentato, per la scansione temporale delle loro vite. I personaggi rappresentati sono San Francesco (secc. XIII-XIV; la custodia del luogo sacro è affidata, dalla fine dell’Ottocento, ai Cappuccini della famiglia francescana), San Benedetto (secc. V-VI; il santuario era in origine benedettino) e San Romualdo (secc. X-XI; in onore dei monaci camaldolesi del vicino eremo di San Leonardo). Il pittore romano si occupò anche degli stucchi e delle decorazioni della vòlta, «ispirate ad un sobrio barocco».

Ricostruzione dell’apparizione in un gruppo statuario lungo il sentiero che costeggia l’Ambro (ph I luoghi del silenzio)

Le Sibille. L’interno della cappella nella quale è conservata la statua della Madonna dell’Ambro è affrescato; i dipinti sono di Martino Bonfini, artista piceno del sec. XVII, originario di Patrignone, piccola frazione di Montalto Marche. Il Maestro ha dipinto un ciclo di affreschi con Storie della Vergine, molto apprezzato per il disegno e i colori esuberanti. Oltre alle Storie, l’artista dipinse anche figure di Profeti (pochi) e Sibille (ben dodici!); in particolare, le figure femminili sono identificate da un’epigrafe le identifica tutte meno una: la tradizione vuole che questo personaggio, vestito di rosso e senza nome, sia la Sibilla Appenninica, mitico personaggio delle nostre montagne (articolo precedente, leggilo qui).

Gli affreschi dell’Ambro sono del primo decennio del Seicento; pochi anni dopo (1612) Bonfini affrescò la chiesa di Santa Maria in Pantano, completamente distrutta dal terremoto. Anche in quel caso personaggi della tradizione pagana (le Sibille, appunto) trovarono “ospitalità” in un edificio cristiano, a testimonianza di una tenace tradizione locale. Questa commistione non era rara (anche Michelangelo lo aveva fatto, nella Cappella Sistina, nel sec. XVI), anzi testimonia come la connotazione negativa della figura della Sibilla sia relativamente recente, dato che antecedentemente essa era accettata dalle gerarchie ecclesiastiche, convinte, forse, dal forte radicamento di questa figura mitica nell’immaginario popolare.

Conclusioni. Il recente sisma (2016-17) non ha causato danni irreparabili al santuario e un rapido, attento restauro ha permesso la piena fruibilità della struttura, nuovamente agibile per i pellegrini. La riapertura è avvenuta già nel 2018 (leggi qui l’articolo), in occasione delle festività natalizie: un’occasione dalla forte valenza simbolica, per l’aspettativa di una rinascita dei luoghi così profondamente colpiti dai tragici eventi.

I lavori di consolidamento sulla struttura del santuario

La riapertura nella Notte di Natale 2018 (evento pre-Covid19)

Interno del santuario (ph dal sito madonnadellambro.it)

Il dipinto di Domenico Malpiedi (sec. XVI) che intitola la Cappella

La statua in terracotta della Vergine col Bambino (sec. XVI). Sull’intradosso sono affrescate le Sibille (spiegazione nel testo, ph I luoghi del silenzio)

L’altare maggiore (ph I luoghi del silenzio)

 


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