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«Vi racconto i miei anni nel Fermano, gioie e lacrime» il lato più umano del prefetto Filippi tra ricordi e commozione (Videosaluto)

L'INTERVISTA al prefetto che, prossima alla quiescenza, racconta la sua permanenza nel Fermano. Vincenza Filippi lascerà la nostra provincia il prossimo primo ottobre
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Il saluto del prefetto Filippi al Fermano

Il prefetto Vincenza Filippi

di Giorgio Fedeli

Un prefetto, questo certamente, ma anche una donna, una madre, una moglie. E questa volta Vincenza Filippi, nel rilasciare l’intervista a Cronache Fermane a dieci giorni dal suo ‘addio’ al Fermano, si mostra in tutta la sua parte più intima, affettiva, umana. Il ruolo, in questi anni, le ha imposto di mantenere un rigore istituzionale che ha ‘indossato’ con discrezione e autorevolezza. Ma ora è ai saluti. Il prossimo primo ottobre lascerà il Fermano, la pensione è alle porte. E nel raccontare i suoi anni vissuti alla guida della prefettura di Fermo non veste solo l’abito del massimo rappresentante territoriale del Governo ma anche quelli della donna che sa anche commuoversi (e le è anche capitato nel corso dell’intervista).

Ascolta la notizia:

Eccellenza, è arrivata nel Fermano nel 2019. Come immaginava questo territorio prima di arrivarvi?

«Ero venuta varie volte nel Fermano ma mai a Fermo, città di cui avevo sentito parlare molte volte anche per il centro studi della Polizia di Stato. Avevo anche un libro che parlava dei capoluoghi di provincia. E avevo un’immagine di una città affascinante. Così, in effetti, si è rivelata, al centro di un territorio contraddistinto da un alacre tessuto imprenditoriale. Ma non immaginavo a tal punto. E’ pieno di eccellenze nei più svariati settori. E poi ha dei borghi meravigliosi, questo forse è l’elemento più affascinante. Per non parlare dell’arte. Insomma è stata una piacevole scoperta. Prima della pandemia è stato bellissimo scoprire questa terra».

Borghi, tesori, scorci meravigliosi, un tessuto produttivo incastonato nella bellezza di un territorio. Ma si sta promuovendo a dovere?

«Assolutamente sì. Sta facendo molto e bene. Certo, deve recuperare il gap infrastrutturale per poterlo fare anche meglio. Ci si può aprire al mondo ma è bene farlo, per evitare contaminazioni, con un turismo ecocompatibile e solidale. Non dimentichiamoci che il rapporto tra i Comuni del Fermano e i Borghi più belli d’Italia presenti qui è tra i più alti nel nostro Paese».

Infrastrutture appunto. Si parla di autostrada, ferrovia, vie di collegamento con l’entroterra. Quali sono a suo avviso le priorità per il Fermano?

«Concedetemi di astenermi dall’entrare nei dettagli. Non sono un tecnico e dunque umilmente non mi esprimo nello specifico. Sono i tecnici ad indicare la via migliore alla politica sulla base di dati fattuali ma sicuramente sono molto favorevole alla conservazione dei beni ambientali esistenti ma credo che sia fondamentale il miglioramento della comunicazione tramite le infrastrutture, ad esempio quella ferroviaria. E poi come essere contrari a strade adeguate di collegamento con l’entroterra?».

Un prefetto, una donna, l’ultima in ordine di tempo alla guida dell’Ufficio territoriale di Governo che è sempre stato, fin dalla sua istituzione, a conduzione femminile. E ora il Fermano ha anche un Questore donna. Un valore aggiunto? O sessista fare simili distinzioni?

«Sicuramente le donne hanno una sensibilità pragmatica fondamentale. Ma io francamente non credo molto nella necessità di ‘quote rosa’. Si deve andare avanti per competenze, professionalità e serietà. Insomma per meritocrazia anche se so che in Italia questa non ha sempre il giusto valore che le spetterebbe. Ma non possiamo mai dimenticare l’importanza di questi valori».

Lei ha vissuto gli strascichi del terremoto ed è stata ‘investita’, come tutto il Fermano d’altronde, dalla pandemia. Come ha vissuto questi drammatici periodi che hanno segnato il nostro territorio?

«Ricordo bene, e con grande dolore, quei giorni dei primi di marzo con un contagiato in prefettura. Lottavamo contro un nemico ignoto. Eravamo guardinghi e molto preoccupati. In quella fase ho avuto due angeli custodi al mio fianco, mio marito e il direttore della Prevenzione Av4, Giuseppe Ciarrocchi. Con lui mi sono sempre confrontata. Mi ha consigliato di fare la scelta migliore e di blindare i soggetti più fragili. Nella pubblica amministrazione ce ne sono. E io ho mandato tutti a casa – la voce si spezza, il prefetto si è commossa allora nel parlare con il personale della prefettura, e si commuove anche oggi, nel raccontare quei giorni drammatici – fu davvero difficile. Ero rimasta da sola qui in Prefettura ma mio marito non ha sentito ragioni.  Mi ha raggiunto ed è stata una presenza fondamentale, sia umanamente che lavorativamente parlando. Insomma Ciarrocchi e mio marito, due fortune. Il questore di allora decise di mandare a casa anche i poliziotti all’ingresso della prefettura. Insomma senza mio marito sarei rimasta sola. E sarebbe stata durissima. E poi come non menzionare la vicinanza, costante, dei vigili del fuoco con la disponibilità mai venuta meno che il comandante Fazzini mi ha sempre mostrato. Poi, tornando progressivamente alla normalità, ho riscoperto altri due angeli custodi, entrambi poliziotti, Maroglio e Ramini che mi hanno aiutato tantissimo. E anche l’attuale questore Romano, appena arrivata, ha capito l’importanza di avere degli agenti in prefettura. Ha avuto la capacità e tutta la volontà per superare questo gap, e ancora la ringrazio, come ringrazio le forze dell’ordine tutte, le istituzioni civili e religiose, l’arcivescovo Pennacchio e don Vinicio Albanesi, della comunità di Capodarco».

E il terremoto? Se non le scosse vere e proprie, quelle che hanno causato danni e morti, lei ha toccato con mano le macerie e i drammi umani e lavorativi. Come è stato?

«Tremendo ma ho potuto constatare la grande sinergia tra sindaci, tra enti del territorio e la prefettura. Tutti i sindaci si sono fatti sentinelle dei loro territori. Come d’altronde hanno fatto durante la pandemia. E se parliamo dell’emergenza sanitaria come non menzionare i medici, il personale sanitario, i direttori di Area vasta 4 con cui ho avuto modo di collaborare, gli imprenditori. Tutti a fare gruppo. Diversi imprenditori mi hanno contattato per chiedermi cosa potessero fare. Un nome? Diego Della Valle che mi ha telefonato dicendomi “Io ci sono, cosa posso fare per il mio territorio?“. E poi il sistema bancario, l’ingegner Grilli della Carifermo. Francamente io in quest’assetto una carenza non la trovo proprio».

Parla di carenze. Abbiamo parlato di infrastrutture. Viene in mente ora la sanità. Il Fermano rivendica più personale, più servizi. E’ giusto?

«Il Fermano sta combattendo per avere qualcosa in più ma questo è un problema che a mio avviso affonda la sua vera matrice nel passato. Fermo, per la sua storia e la sua importanza, doveva essere provincia fin dalla costituzione di quest’ente. Ma la vicinanza del Papato è stata un limite. Ed è diventata provincia poco prima della rivalutazione dell’ente, con tagli lineari anche sulla sanità».

Quale è la sua eredità al Fermano e cosa si rammarica di non aver compiuto?

«Beh forse la cosa che penso di aver dimostrato è stata la presenza sul campo. A me non piace la figura del prefetto arroccata in una torre d’avorio. Il prefetto esiste come manager pubblico. Deve dare risposte al territorio. D’altronde lo Stato ci ha assegnato anche la pubblica autorità di pubblica sicurezza e protezione civile. Dobbiamo essere elementi di coesione sociale e facilitatori per arrivare alle soluzioni dei problemi, nel pieno spirito di servizio. Una questione che invece mi lascia l’amaro in bocca? Avrei voluto incidere con più risorse nella distribuzione del lavoro qui in prefettura. Ma siamo anche sotto organico. Pensate che di 35 dipendenti come previsto in fase di istituzione, oggi siamo una decina. E prefetture come quella di Gorizia, tanto per fare un esempio, su un territorio di 130mila persone, hanno una decina di persone in un solo settore».

Di pregi del Fermano ne abbiamo elencati diversi. Ma difetti?

«Ad essere sincera ho notato un radicato campanilismo nei confronti della provincia di Ascoli. Questo a volte può essere un limite. Ma di certo questa è una provincia dalla grande vivacità culturale che non ha nulla da invidiare a nessuno. Altro aspetto negativo è il depauperamento del centro storico, a partire da quello di Fermo, dalla zona dove è la prefettura. Sicuramente è un fenomeno su scala nazionale, con forze centrifughe che conducono ai centri commerciali. Qui si sente ed è evidente».

Molto si è parlato e si continua a parlare di sicurezza. C’è chi sostiene che le istituzioni, basandosi solo sui dati, non viaggino sulla stessa lunghezza d’onda dei cittadini. E’ così?

«Innanzitutto credo che lo stato di salute di questo territorio sia assolutamente buono. Certo è anche vero che il Fermano ha una percezione della sicurezza molto alta. La società, però è cambiata e il degrado si sente. Su Lido Tre Archi, ad esempio, abbiamo lavorato molto, fin da subito. E’ un quartiere anche al centro di una rigenerazione urbana. Vero è anche che le nuove generazioni hanno delle criticità e i genitori dovrebbero tornare ad essere un pò meno permissivi. Tra i ragazzi registriamo un abuso di alcool e droghe. Le risse spesso vengono viste come affermazione nel gruppo. Serve una visione concentrata sull’educazione alla legalità. Le scuole ci lavorano e i genitori dovrebbero recuperare il loro ruolo. Molto utili sarebbero la lettura e lo sport».

Ora, dopo la quiescenza, che farà?

«Vedremo, non sono una donna capace di stare troppo con le mani in mano. Siamo ai saluti, dunque. Ebbene allora saluto le istituzioni del territorio, la cittadinanza, il mondo delle associazioni e le autorità civili, militari ed ecclesiastiche che ho incontrato in questi anni. Invito il territorio a valorizzare le sue ricchezze, peculiarità, bellezze e a mantenere forte la coesione sociale in tempi che non sono facili e che si riveleranno complicati e difficili».


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