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Paese che vai, soprannome che trovi: viaggio alla scoperta dei nomignoli del Fermano (prima parte)

FERMANO - Alla scoperta delle origini di alcuni degli appellativi attribuiti ai cittadini di diverse località: il risultato è stato davvero sorprendente e, in alcuni casi, completamente diverso rispetto a quello che, in maniera semplicistica, ci si poteva immaginare. 

di Antonietta Vitali

Paese che vai, usanza che trovi! Un proverbio assolutamente vero che, tuttavia, potrebbe avere una sua trasposizione altrettanto vera facendolo diventare Paese che vai, soprannome che trovi! Così facendo potremmo spiegare l’abitudine marchigiana di attribuire soprannomi, che non si applica soltanto tra gli abitanti dei piccoli centri, ma anche, proprio, tra paese e paese. Abbiamo cercato di scoprire le origini di alcuni di questi appellativi attribuiti a diverse località e il risultato è stato davvero sorprendente e, in alcuni casi, completamente diverso rispetto a quello che, in maniera semplicistica, ci si poteva immaginare. 

Partiamo con Fermo perché, in fondo, la sede del nostro giornale è qui. La città che se ne vede affibbiati diversi di nomignoli, da magnagatti fino al raffinatissimo larghi de culu, stretti de ma’ (riferito a li ferma’). Quello che più ha soddisfatto la nostra curiosità, però, è stato magnabbiti che arriva da una tradizione che negli anni è andata perduta. Pare che fosse abitudine dei contadini fermani, il primo maggio, raccogliere le bietole per portarle in cattedrale vicino alle urne dei santi. Una parte delle bietole veniva lessata, condita con olio e sale e mangiata, l’altra parte veniva usata per preparare decotti curativi. Il nomignolo si è sviluppato durante la seconda guerra mondiale quando la fame aveva costretto a trovare comunque cibo per rimanere in vita.

Paniccià, invece, il titolo che spetta ad Amandola. L’origine è controversa, si parla di una storpiatura del termine panniccià che deriverebbe dal fatto che, un tempo, c’erano in città diverse tessiture che producevano panni per il Vaticano. La tesi più accreditata è, tuttavia, quella dello storico Alessandro Terribili che fa risalire l’origine del nome alla paniccia. cioè una crema realizzata con farina di castagne, farina di granoturco, farina di quercia, un piatto della cucina povera ma molto molto nutriente. 

Porto San Giorgio si porta a casa un nome legato alla pesca e, soprattutto, a quando l’attività di pescatore era faticosa ma non così redditizia. Magnamugnitti il titolo dato agli abitanti della città. Magnamugnitti  vuol dire, come ci segnala il prof. Alfredo Luzi, mangiatori di Mugnitti, cioè di quei molluschi non edibili che il mare deposita sulla riva in quantità notevoli. Il nome scientifico è Turritella communis. Il termine deriva dal latino umbelicictus, cioè piccolo ombelico e in effetti la forma a spirale è simile a quella di un piccolo ombelico.

Greci, così vengono chiamati quelli di Petritoli, e pare sia dovuto al fatto che colonie greche nell’antichità avevano abitato la zona. Ma sembra anche che, dagli antichi greci, i petritolesi abbiano imparato bene persino l’arte del commercio e con essa, la sottile arte del guadagno. 

Ha cambiato pelle più volte, con i soprannomi, Montegranaro, che già nel suo nome si porta dietro una bellissima parte della sua storia legata all’Antica Roma e alla produzione di grano. E poi arriva magnagatti, un termine associato a diversi paesi indicante il fatto che gli abitanti mangiavano i gatti in epoche economicamente non felici. Con la fine della mezzadria e l’economia che, a Montegranaro, si sviluppa con la calzatura fino a diventarne uno dei centri più importanti a livello internazionale, arriva cazolà

Monte Giberto si prende judicitti, che non arriva, come si potrebbe pensare, da giudeo, ma da iudex, giudice in latino. Forse qualcuno si è sentito severamente giudicato da un montegibertese ed ecco qua che è nato questo soprannome! 

Caciunitti per Montegiorgio si riferisce ad una tradizione ancora viva e che tuttora viene festeggiata cioè quella dei calcioni tipici della città. Un vecchio libro di tradizioni marchigiane ne riporta la ricetta così “si prepara una pasta con farina, acqua ed un pizzico di sale e si lavora al punto giusto; quindi se ne tira una sfoglia di regolare spessore, che si taglia a piccoli dischi. Questi vanno poi riempiti con un composto a base di purea di ceci lessati con foglie di alloro, zucchero, cacao, liquore (a scelta), una presina di sale. I caciunitti, premuti bene ai bordi, si friggono in abbondante olio o strutto. Volendo, appena cotti, si possono cospargere di zucchero”.

A Montefortino pare si producesse olio, o comunque un grasso (forse anche animale come lo strutto, ad esempio) che costringeva chi lavorava, a pulirsi le mani strofinandole sul retro dei pantaloni e da qui è arrivato l’”elegantissimo” culi undi.

Blasonatissima l’origine del soprannome dato a Monterubbiano, stirpe di Giuda. Nel tempo, i paesi vicini, hanno dato a questo titolo un’accezione negativa, riferendosi a Giuda Iscariota dando, quindi, ai monterubbianesi la connotazione di traditori. Invece l’origine pare sia da legare alla Tribù di Giuda, la più importante delle dodici tribù di Israele da cui discendono Re Davide e Re Salomone. Questo spiegherebbe perché, Monterubbiano sia uno dei pochi paesi del territorio in cui è ancora visibile il ghetto ebraico, e anche perché, all’interno della Chiesa del Santissimo Crocifisso siano dipinti i due re scritti sopra. 

E possiamo spostarci anche un po’ fuori provincia, andando a Macerata, per esempio, il cui nome pistacoppi arriva dal fatto che la cittadinanza, in epoche di miserie, invece dei gatti mangiava i piccioni, detti appunto, in dialetto, pistacoppi.

Jesi si tiene magnasomari e magnacavalli perché un tempo era molto attiva in città la macellazione equina e asinina.

E chiudiamo con Loreto i cui cittadini vengono soprannominati anime senza fede!

Chiudiamo proprio l’articolo perché se sono senza fede a Loreto, Dio ci salvi! 

(prima parte)


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