di Maurizio Petrocchi *
«Gaza: il genocidio che non si può nominare. Quando il silenzio dell’Occidente diventa complicità. La storia dimostra che il controllo del linguaggio precede il controllo della realtà. Oggi, nel cuore della tragedia di Gaza si consuma una battaglia semantica di portata strategica, l’inibizione sistematica dell’uso del termine genocidio nel discorso pubblico occidentale. Non si tratta di un sofisma accademico bensì di una manovra geopolitica che incide sull’architettura giuridica post-1945 e sul modo in cui la comunità internazionale riconosce o elude la responsabilità di fronte ai crimini di massa. Zygmunt Bauman ha mostrato come l’occultamento terminologico non sia un dettaglio linguistico, ma un meccanismo di autoassoluzione della memoria collettiva. Hannah Arendt lo avrebbe interpretato come la paralisi tipica dei regimi che operano oltre i confini della legalità tradizionale. La difficoltà stessa di dare un nome all’operazione israeliana, passata da Spade di ferro a proposte come Guerra della Genesi, denominazione che secondo alcune interpretazioni, richiamerebbe riferimenti biblici territoriali, rivela una crisi di legittimità narrativa. L’assenza di una denominazione condivisa segnala l’impasse morale di un conflitto che, secondo diverse valutazioni internazionali, presenta caratteristiche che si avvicinano ai criteri stabiliti dalla Convenzione Onu del 1948. La Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso nei suoi rapporti che esistono “ragionevoli motivi per credere” che Israele abbia commesso atti che potrebbero configurare genocidio a Gaza, mentre esperti delle Nazioni Unite hanno affermato esplicitamente che Israele “sta commettendo un genocidio”. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG), seguendo le procedure giuridiche più caute, ha riconosciuto l’esistenza di un serio rischio di atti genocidari ordinando misure preventive. In questa divergenza procedurale emerge la difficoltà strutturale del diritto internazionale di fronte a crimini che, come a Norimberga, richiedono di decidere di volta in volta senza precedenti normativi consolidati. I numeri disponibili, forniti principalmente dalle autorità sanitarie di Gaza e corroborati da diverse organizzazioni internazionali, delineano una devastazione senza precedenti: stime di oltre 60.000 palestinesi uccisi in meno di due anni, di cui circa 18.500 bambini secondo i dati più recenti. L’aspettativa di vita sarebbe crollata di oltre il 40%. Gli organismi internazionali hanno documentato tutti e quattro gli actus reus previsti dalla Convenzione del 1948: uccisioni sistematiche, inflizione di danni fisici e psichici gravi, imposizione deliberata di condizioni di vita distruttive, e misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo. Eppure, nel linguaggio politico occidentale prevale l’eufemismo: “tragedia umanitaria”, “guerra complessa”, “conflitto sproporzionato”. È quella che potremmo definire, seguendo Bauman, la logica burocratica che separa i processi decisionali dalla responsabilità morale, trasformando vite umane in”effetti collaterali” statistici.
La disumanizzazione rappresenta il cuore di questo meccanismo. Quando il ministro della Difesa israeliano ha definito i palestinesi “animali umani”, non ha compiuto una semplice caduta retorica, ma ha attivato quella che Bauman chiama “mentalità del giardiniere”, ovvero la riduzione di un popolo a problema tecnico-amministrativo. L’analisi delle dichiarazioni ufficiali israeliane rivela un pattern sistematico di deumanizzazione che Bauman riconoscerebbe immediatamente come caratteristico dei genocidi moderni, la trasformazione delle vittime in obiettivi, scudi umani, problemi logistici da risolvere attraverso l’eliminazione della loro dimensione umana nel linguaggio amministrativo. L’attacco del dicembre 2023 contro la clinica di fecundazione in vitro Al-Basma, che secondo le fonti disponibili custodiva circa 4.000 embrioni e 1.000 campioni di materiale riproduttivo, rappresenta un caso emblematico di questa logica. La Commissione Onu ha concluso che le forze israeliane conoscevano la funzione della struttura e l’hanno colpita deliberatamente, configurando quello che viene classificato come atto di violenza riproduttiva volto a impedire le nascite palestinesi e a proiettare l’intento distruttivo non solo sul presente, ma sul futuro biologico del gruppo. Questa dinamica si accompagna ad un assedio che, parafrasando l’evoluzione del pensiero di Bauman, potremmo definire genocidio liquido, meno sistematicamente organizzato rispetto ai genocidi solidi del Novecento, ma fluido, frammentato, difficile da nominare univocamente, eppure capace di cancellare cultura e identità attraverso la distruzione documentata di oltre 189 siti religiosi, culturali e educativi. È la traduzione contemporanea di quello che Arendt ha chiamato “banalità del male”, non malvagità ideologica esplicita, ma subordinazione burocratica che trasforma la morte di massa in problema tecnico-operativo.
Le reazioni della comunità internazionale sembrano confermare l’efficacia dell’inibizione semantica. L’amministrazione statunitense continua a ribadire il “sostegno incrollabile” a Israele, mentre l’Unione Europea ha formulato proposte definite da alcuni osservatori come timide e prive di conseguenze sostanziali. Tuttavia, la giurisprudenza internazionale è inequivocabile, l’obbligo di prevenire il genocidio scatta nel momento stesso in cui uno Stato dovrebbe ragionevolmente sapere dell’esistenza del rischio. Dal gennaio 2024, con le misure cautelari della Cig, Israele e i suoi alleati sono formalmente on notice del serio rischio genocidario. Non è la prima volta che l’occultamento terminologico paralizza l’azione politica. Durante il genocidio ruandese, l’amministrazione Clinton evitò sistematicamente di pronunciare la parola genocidio per sottrarsi agli obblighi internazionali di intervento; a Srebrenica la comunità internazionale impiegò anni per riconoscere ufficialmente la natura genocidaria dei crimini commessi. Gaza ripropone uno schema analogo aggravato dalla posizione strategica di Israele nell’architettura di sicurezza occidentale, nominare esplicitamente il genocidio significherebbe riconoscere forme di complicità attraverso il supporto militare e diplomatico continuato. Qui emerge il paradosso fondamentale, l’ordine internazionale nato dai principi di Norimberga e dalla Convenzione del 1948, fondato sull’imperativo “mai più”, si ritrova strutturalmente incapace di applicare i propri principi quando sono in gioco alleanze strategiche. La conseguenza è quella che alcuni analisti definiscono la fine dell’eccezionalismo nella politica internazionale, la retorica della memoria storica come scudo politico mostra oggi i suoi limiti strutturali. Israele non può più invocare automaticamente l’eredità dell’Olocausto per sottrarsi al giudizio del diritto internazionale contemporaneo. Come ricordava Bauman nella sua analisi dell’Olocausto, quest’ultimo “non fu un incidente barbarico, ma il prodotto stesso della modernità razionale e delle sue istituzioni burocratiche”. Gaza dimostra che questa potenzialità genocidaria non è stata eliminata dalla civiltà moderna, ma semplicemente riorganizzata secondo nuove coordinate tecnologiche e strategiche. La lezione che emerge è drammaticamente chiara. La civiltà occidentale non ha assimilato l’Olocausto nella sua radicalità teoretica, continuando a considerarlo una deviazione storica piuttosto che un pericolo immanente alle strutture razionali della modernità. L’inibizione del linguaggio genocidario non costituisce un atto semantico neutro, ma una forma di complicità attiva nell’occultamento di crimini che gli stessi organismi internazionali hanno documentato e classificato.
La storia giudicherà severamente non solo chi ha pianificato e ordinato operazioni militari che prevedono la distruzione di massa, ma anche chi, pur disponendo di prove documentali e strumenti giuridici adeguati, ha scelto il silenzio terminologico per convenienza geopolitica. Hannah Arendt parlava del “coraggio dell’arroganza”, la capacità di giudicare con il proprio raziocinio morale anche quando tutti intorno tacciono per conformismo sociale o calcolo politico. Gaza rappresenta precisamente questo banco di prova per la comunità internazionale contemporanea.
Non basta commemorare ritualmente vittime ridotte a effetti collaterali di operazioni presentate come tecnicamente necessarie. Il compito dello storico e più in generale dell’intellettuale responsabile è nominare i fenomeni per quello che le evidenze disponibili suggeriscono che siano, anche quando il linguaggio politico preferisce l’eufemismo per convenienza strategica. Solo questo atto di chiarezza analitica, supportato da documentazione rigorosa, può trasformarsi in forma di resistenza civile e contribuire a salvaguardare il fragile patto di umanità che l’ordine internazionale pretende di rappresentare. L’alternativa è la conferma che i principi di Norimberga e l’imperativo ‘mai più’ si applicano selettivamente in base a calcoli geopolitici, riducendo l’architettura giuridica internazionale a strumento retorico piuttosto che a vincolo sostanziale per l’azione degli Stati. In questo caso, il silenzio terminologico su Gaza non costituirebbe solo un fallimento morale, ma la dimostrazione pratica che la civiltà giuridica moderna non ha imparato le lezioni più tragiche della propria storia».
* Professore PhD
Università di Macerata
Storia del Giornalismo e dei media digitali.
Ecole de guerre Economique, Paris – Rabat
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