
Riceviamo e pubblichiamo la lettera dell’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale inoltrata dal Coordinamento delle associazioni per la Ex-Fim. La lettera è stata inviata all’Ast, all’Arpam Marche, alla Provincia di Fermo, alla Regione Marche, al Sindaco di Porto Sant’Elpidio e alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli Piceno, Fermo, Macerata e di Ancona e Pesaro Urbino.
«L’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale segue con interesse le vicende del fabbricato industriale denominato la “Cattedrale” di Porto Sant’Elpidio, condividendo con le altre associazioni sul territorio le preoccupazioni circa il suo destino.
L’edificio, come noto, era parte integrante dell’ex complesso produttivo della Fim (Fabbrica Interconsorziale Marchigiana di Concimi e Prodotti Chimici) di Porto Sant’Elpidio. Iniziata a costruire nel 1909 la fabbrica venne terminata nel 1911. Dopo la chiusura, nel 1988, e anni di abbandono, la Cattedrale e la vicina Palazzina sono stati sottoposti a tutela, nell’agosto 2001, quale bene di archeologia industriale, in quanto testimonianza significativa della storia dell’industrializzazione marchigiana.
Le qualità architettoniche e le peculiarità strutturali sono, pertanto, riconosciute da tempo. Recentemente l’edificio è stato anche inserito nel sito “Beni Culturali Abbandonati”, realizzato dalla Dgabap per “mappare e monitorare i beni culturali abbandonati presenti sul territorio nazionale, con l’obiettivo di restaurarli, valorizzarli al fine di renderli fruibili attraverso la riapertura al pubblico, per restituirli nuovamente alla collettività”. Un riconoscimento, quest’ultimo, che nel mettere in evidenza il “particolare interesse per la tipologia strutturale: le tecniche costruttive e i materiali da costruzione impiegati” dell’edificio, ne sottolinea anche il valore paesaggistico e sociale: “L’unitarietà compositiva dell’intera fabbrica, la vicinanza al mare e l’importanza delle dimensioni dell’intero complesso, conferiscono un aspetto paesaggistico di particolare pregio la cui fruibilità visiva è godibile nel suo insieme dalla via del mare e dalla stessa ferrovia. Per tali ragioni l’edificio rappresenta un’immagine significativa di Porto Sant’Elpidio. La fabbrica rappresenta una delle poche soluzioni di continuità tra una città storica italiana e lo sviluppo della società moderna che si è dovuta sempre confrontare con la grande fabbrica. L’edificio ricopre anche un importante valore sociale poiché nel 1932, gestito dal direttore Antonio Guizzi, fu governato da una gestione più illuminata che coinvolse gli operai attivamente e aumentando loro la consapevolezza di prendere parte ad un progetto prestigiosi attento agli aspetti ricreativo culturali. In questa occasione è stato inaugurato il refettorio ed è stato sistemato e attrezzato il giardino con i quale si cercava di trasformare la fabbrica in uno spazio autosufficiente destinato alla serenità della famiglia. In questo clima di crescita e progresso vennero inaugurati numerosi eventi ricreativi che coinvolgevano l’intera cittadinanza”.
Una pluralità di valori ampiamente riconosciuti quindi, che implicano, da parte delle autorità preposte, non solo l’impegno alla messa in sicurezza del bene ma anche alla sua conservazione, per restituirlo nuovamente alla collettività, come richiesto dal nostro Codice.
In quest’ottica e visti i recenti comunicati stampa in merito alla volontà/necessità di demolire la Cattedrale, si ritiene coscienzioso e doveroso contribuire a porre nuovamente in luce le motivazioni storiche, culturali e ambientali che si pongono alla base di un progetto di recupero architettonico e paesaggistico, basato su una rifunzionalizzazione consapevole. Una rifunzionalizzazione che sappia sapientemente e coraggiosamente integrare le attuali esigenze, incluse quelle legate alla salute pubblica, con la conservazione strutturata della memoria industriale, che è parte integrante della natura culturale e morfologica di questa parte del territorio e di cui oggi la Cattedrale costituisce l’unico oggetto di riconoscimento patrimoniale. Il solo che potrebbe contribuire, in un progetto di recupero compatibile con i suoi valori, ad un processo di costruzione della memoria; persa quest’ultima traccia materiale, viceversa, la storia di un’intera comunità sarà affidata solo ai ricordi, sempre più lontani, alle tracce documentali, chiuse negli archivi, alle foto storiche.
D’altra parte, sono ormai numerosissimi, anche in Italia, gli esempi virtuosi di rigenerazione urbana di ex comparti industriali che proprio grazie alla compresenza fra elementi innovativi e mantenimento delle preesistenze più significative, hanno saputo trovare la cifra del loro successo, sia nei confronti del pubblico che in termini di gestione economica.
Certamente la tutela della salute pubblica e della messa in sicurezza della struttura non può essere elusa, confidiamo tuttavia che si pongano in essere tutte le azioni possibili per scongiurare la demolizione della Cattedrale. Una soluzione, quest’ultima, che si potrebbe rivelare solo apparentemente più facile, anche solo considerando la necessità di bonifica, seppure in altro sito, degli stessi materiali demoliti. Auspichiamo, viceversa, che si vogliano approfondire le analisi sull’effettiva pericolosità degli inquinanti presenti nelle murature (che a distanza di tempo e con nuove metodiche potrebbero fornire risultati diversi) e che si possano esaminare ed eventualmente testare diverse modalità di bonifica, come quelle di confinamento, di impregnazione, o con agenti incapsulanti penetranti o ricoprenti, anche da integrare fra loro. Le soluzioni si potrebbero individuare e sperimentare di concerto, ad esempio, con un centro di ricerca. La Cattedrale potrebbe diventare il primo cantiere di sperimentazione per la bonifica delle murature contaminate, contribuendo così all’avanzamento della ricerca e tornando, anche solo per un periodo, ad essere ‘fabbrica’ di idee e di sperimentazione».














