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Istantanee dal Ghana, quarto scatto: “Viva Pulcinella, ero senza confini”

TEATRI NEL MONDO - Il diario di Marco Renzi: "Il momento più traumatico di tutti gli spettacoli che abbiamo fatto è quello conclusivo, non riusciamo a far capire che è finito, nonostante inchini e saluti nessuno si alza"
lunedì 26 settembre 2016 - Ore 10:56
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di Marco Renzi

foto di Francesca Renzi

THE BALL – Il calcio è sicuramente uno degli sport più seguiti al mondo ed anche in Ghana la passione per questo gioco è subito evidente. Dopo la nazionale di calcio il campionato più seguito è quello inglese e spagnolo e persino nel piccolo centro dove siamo abbiamo visto esposti dei cartelli che invitavano alla visione collettiva della partita delle partire: Real Madrid-Barcellona. I ragazzi della missione ripetono come una cantilena la richiesta del pallone: “The ball, the ball”, sempre e ovunque ci vedono. Ci sono due campi da calcio con tanto di porte pronti per l’uso. Abbiamo comperato una decina di palloni al mercato liberandoli nel prato centrale, ciò che è seguito somiglia di più ad uno spettacolo pirotecnico che sportivo, corse in ogni direzione, grida e felicità. Poi i “The Ball” sono misteriosamente spariti e il giorno successivo la filastrocca è ricominciata. La cosa più bella da vedere è come si costruiscono da soli il pallone, prendono dei sacchetti di plastica trasparente che normalmente contengono delle nocciole, li gonfiano, li chiudono, poi con altri sacchetti fanno degli strati sopra, per sei, sette volte, fino a rendere più robusta la superficie, quindi legano e via, il gioco comincia. Questi palloni sono una stupefacente dimostrazione dell’umana creatività e mi riportano alla lontana infanzia italiana, quando aspettavo con ansia che mia madre finisse il rocchetto di legno sul quale cera il filo da cucire, quel rocchetto, una volta avuto, diventava trattore, camion, cannocchiale e ogni altro genere di cose, ma soprattutto, funzionava sempre.

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ROYAL AROMA – Questi giorni abbiamo fatto spettacolo in tante scuole dei villaggi attorno ad Abor e altre ancora ne abbiamo per la prossima settimana. Le Scuole pubbliche sono più o meno tutte uguali, tre costruzioni ad un piano molto lunghe, disposte a ferro di cavallo, che delimitano un grande spazio centrale di terra. I bambini hanno tutti una divisa che cambia asseconda della scuola che frequentano, mentre gli Insegnanti sono vestiti normalmente. Le aule sono dotate di banchi in legno dove ci siede due alla volta, tipo panca da chiesa ed anche in questo caso la memoria va alla nostra scuola di cinquant’anni fa. Ogni complesso ha un punto ristoro speciale, sotto un portico sono allineate delle Signore, probabilmente del villaggio più vicino, che vendono biscotti, quaderni, penne, pezzi di pane, dolcetti ed altro, c’è un tempo di ricreazione in cui gli studenti possono comperare e mangiare. La cosa che più colpisce, e che non può sfuggire ad uno sguardo attento, è la dignità che accompagna queste persone in qualsiasi azione della vita quotidiana, dal vendere sotto al portico della scuola all’andare con la motocicletta, il loro volto, la loro cordialità e compostezza sono eloquenti. In paese si cominciano a vedere giovani con la trasandata andatura occidentale, di quelli che arrivano e scendono dalla moto con fare sfacciato, per ora sono pochi ma certamente destinati a crescere, come vuole il villaggio globale in cui tutti siamo chiamati a vivere.

ghana-5Anche se questa ultima riflessione è di Pasoliniana memoria non ho potuto mancare di farla tanto il contrasto si manifesta evidente davanti ai nostri occhi.
Dopo le Scuole della Regione del Volta, Padre Jo, il missionario di “In My Father’s House”, ha deciso che fosse giusto portare il nostro spettacolo anche ai bambini di altre scuole, diciamo decentrate. Abbiamo così per due giorni di seguito lasciato il pulmino laddove la strada finiva e da lì, con i bagagli al seguito, proseguito a piedi. Un’ora e mezza di buon camino tra piantagioni di canne da zucchero, palme piene di noci di cocco, enormi baobab, fiumi e paludi, fino ad arrivare ad una scuola. Non una piccola costruzione per pochi bambini del villaggio vicino ma un edificio simile agli altri con oltre duecento anime dentro.
La domanda sorta spontanea è come hanno fatto a portare il materiale per la costruzione; mattoni, ferro, cemento, porte e tutto il resto, la risposta è stata a piedi, come noi con il nostro materiale. La scuola nella foresta è davvero una cattedrale nel deserto, intorno non c’è nulla, almeno all’apparenza, perché se poi uno si allontana, dietro l’albero, scopre una decina di capanne e una piccola comunità che vi abita. I duecento bambini e ragazzi vengono da questi villaggi nascosti dalla vegetazione. Ad un centinaio di metri veniamo raggiunti da un gruppo dei più grandi che ci prendono i bagagli e non c’è verso di opporsi, segue la visita alla struttura, quindi l’incontro con gli Insegnanti, tutti molto giovani, le presentazioni e infine lo spostamento al luogo dove si farà lo spettacolo che, in poco tempo si riempie di ragazzi silenziosi e attenti. Questo è un dato che colpisce e che abbiamo riscontrato ovunque, anche nelle Scuole più vicine al paese, un’attenzione davvero unica, nei nostri teatri è diverso, non dico ne migliore ne peggiore, solo diverso, il tempo che precede lo spettacolo è sempre caratterizzato da un vociare sostenuto che poi lascia spazio al silenzio quando l’evento comincia, qui è subito attenzione, sin da quando entrano.

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La cosa che ci ha colpito in maniera particolare è la risposta di affetto che ha avuto il burattino di Pulcinella, non avrei mai creduto una cosa del genere, appena uscito, poche battute e per di più in napoletano e già tutti erano dalla sua parte, le immancabili “mazzate” sono state accompagnate da un’ovazione che ha trasformato il capanno dove eravamo in una piazza di forcella. W Pulcinella, eroe senza confini. Il momento più traumatico di tutti gli spettacoli che abbiamo fatto è quello conclusivo, non riusciamo a far capire che è finito, nonostante inchini e saluti nessuno si alza, restano seduti e ci guadano, Insegnanti inclusi, e non sappiamo cosa fare, restare è imbarazzante, andarsene sembra maleducazione, cercheremo una soluzione. Dopo lo spettacolo c’è l’immancabile visita al villaggio più vicino, cosa tra l’altro graditissima a tutti. Si cammina tra capanne fatte di fango con i tetti di rami di alberi, qualcuna riusciamo anche a visitarla dentro e ci garantiscono che quando piove non passa neanche una goccia d’acqua. L’interno è la povertà assoluta, un materasso a terra, una stuoia e null’altro, si stenta a credere che nel XXI secolo ci siano ancora esseri umani che vivono in condizioni così dure, eppure, riflettendo, sappiamo che sono tanti e sparsi ovunque su questo mondo storto.
Nel villaggio che stiamo visitando si produce grappa, l’alcool è una delle piaghe sociali più forti in Ghana, abbiamo visto come lo fanno, in una radura ammucchiamo grandi quantità di canna da zucchero, almeno qui hanno una macchina per schiacciarle, qualcosa che ha a che fare con la rivoluzione industriale del primo ottocento, un pesantissimo motore a scoppio che muove delle cinghie collegate a due rulli, da una parte infilano le canne e dall’altra le riprendono, su un lato esce il succo che viene raccolto e filtrato con uno straccio. Quel liquido finisce dentro a dei fusti che prima contenevano forse olio o carburante, messo sotto un fuoco bene acceso e fatto bollire. Dal fusto esce un tubo, tipo idraulico, che arrotolandosi (serpentina) si getta in un altro fusto dove c’è dell’acqua, qui il vapore si raffredda ed esce la goccia di grappa. Ne produce molta, che sistemano in grandi taniche, ovviamente usate, e portata sulla testa delle donne nei villaggi vicini a vendere.
Poi ce ne andiamo, riprendiamo i nostri bagagli seguiti da uno stuolo di bambini festanti che ci guardano allontanarci dentro la foresta, chissà cosa penseranno, sarebbe bello saperlo, certamente siamo stati insieme e lo “spirito del festival” è vissuto anche laddove nessuno avrebbe mai pensato.
Si cammina per tornare al furgone, lenti, ognuno dentro ai sui pensieri, questo non è stato un viaggio solo nello spazio ma anche nel tempo, un andare che ci ha fatto perdere la dimensione del pianeta. C’è un’immagine finale che mi sono portato dentro per tutto il ritorno, quando siamo andati via c’erano tanti bambini a salutarci, con il loro eterno sorriso e con la loro infinita dignità, tra questi uno mi ha colpito, aveva attaccato alle spalle un sacchetto di plastica con la scritta “ROYAL AROMA”, che forse prima conteneva riso o chissà che cosa, il padre, con dello spago, gli aveva fatto delle cinghie e quello ora era il suo zaino, con dentro il quaderno e qualche penna, piccoli strumenti a cui è affidata la sua crescita e il suo riscatto. Ho chiesto al buon Dio di stare vicino anche a questi suoi figli e di aiutarli per la loro vita, che gli conceda il dono di crescere, di conoscere e di mantenere sempre alta la propria dignità.

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