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Lo sfogo del giudice di pace Fedeli: “Ai confini della realtà:
sfrattata a 95 anni, senza pietà”

PEPPINA - Dal punto di vista giuridico nulla quaestio ma da cittadino -nonché giurista- ferito e umiliato, come si fa a cacciare una povera anziana
venerdì 22 settembre 2017 - Ore 10:03
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Peppina con i familiari

 

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli*

Sfrattata a 95 anni. Senza pietà. Come una delinquente. “Alla mia età, dopo aver lavorato come una bestia, non mi aspettavo proprio di dover subire una cosa del genere”. Il lamento arriva dalla signora Giuseppa Fattori, nata a Fiastra, sulle montagne in provincia di Macerata. La burocrazia, l’accusa di abuso edilizio: dopo il terremoto, visto che la sua casa era distrutta, i famigliari ne hanno fatta costruire un’altra. Lunedì prossimo la casetta finirà sotto sequestro.  Lei giura battaglia, non vuole andarsene, e in paese è nato il comitato “Salviamo Peppina”.  Ma il Comitato, dinanzi ai “gendarmi”, ha dovuto gettare la spugna. La vicenda –  Una delle figlie dell’ anziana, Gabriella Turchetti, è andata a prenderla dopo il terremoto e l’ ha portata a Castelfidardo, poi a Civitanova dall’altra figlia. Ma Giuseppa non ha resistito.

Peppina si fa leggere la notifica di sfratto

Una volta che era sola in casa, la donna ha chiamato un parente e si è fatta riportare a Fiastra: pur di rimanere vicino alla sua casa, ha scelto di vivere nel container che avevano acquistato dopo il terremoto del 1997, senza acqua, luce e servizi igienici.  Le figlie, straziate, si sono attrezzate per fornire al container tutti i servizi. Ma vivere lì era assolutamente proibitivo per la salute, quindi le figlie le hanno fatto costruire una casa di 70 metri quadri in legno, nel terreno edificabile lì di fianco alla casa familiare, sempre di loro proprietà. Hanno pensato a tutto: la domanda in Comune, la perizia geologica, i pareri dell’ente Parco dei Sibillini. Hanno depositato il progetto per la legge antisismica. Dopo aver finito il lavori, ad agosto hanno chiesto la concessione edilizia al sindaco Claudio Castelletti. Che ha emesso un’ ordinanza per fermare il cantiere abusivo, ma ormai era tutto finito e l’ anziana si è trasferita. Un controllo dei carabinieri forestali ha rilevato l’ illecito, e così è partita la segnalazione alla procura di Macerata. E consecutivamente il sequestro.

La manifestazione a favore di Peppina

Ha destato stupore e raccapriccio la vicenda della ultranonagenaria sfrattata dalla sua casa in quel di Fiastra. Una terra impietosamente devastata dall’urlo di un sisma quale mai si era registrato negli ultimi due secoli, un tuonare tremendo che ha messo in ginocchio una comunità, più comunità, gente che viveva del proprio lavoro e guadagnava onestamente di che vivere con il frutto delle proprie attività legate o all’agricoltura o a piccoli esercizi commerciali. Ma si dà il caso che la vecchina, sbigottita davanti all’intimazione di escomio, avesse costruito a suo tempo la casa che non aveva retto alla furia del terremoto, e, dopo essere vissuta per qualche mese dentro un container, per amoroso gesto delle figlie, si era stabilita in una casetta di legno su una fazzoletto di terra privo però di concessione edilizia, quindi per la legge -dura lex, sed lex!- illegale. E così è partito ex auctoritate l’esposto, la macchina burocratico-giudiziaria ha colto l’occasione per andare a stanare il delinquente (=colui che delinque, sic!…) e la vicenda di questi giorni si è conclusa con la “radiazione” della nonnina dalla casetta di legno: che, dopo la devastazione subita dalla vecchia dimora, significava per lei vita, speranza di salutare questo mondo crudele e meraviglioso entro quattro mura che trasudavano ancora vita, emozioni, palpiti. Summum ius, summa iniuria, ammonivano i Romani: niente di più vero di questo aforisma che ha attraversato e sfidato i secoli.

Dal punto di vista giuridico nulla quaestio, non c’era concessione ergo occorreva dar corso allo sfratto: ma dico io, da cittadino -nonché giurista- ferito e umiliato, come si fa a cacciare una povera anziana (e la retorica, vi assicuro, non è di casa…) che ha resistito a un trauma spaventoso alla veneranda età di 95 anni, quando nei padiglioni luccicanti falsi ori si assiste giorno dopo giorno alla passarella di miserabile gente che ci comanda, e fa promesse promesse e promesse senza nulla mantenere; c’è tantissima gente che dopo più di un anno non sa dove trovare riparo, gente senza casa perché la casa è andata distrutta, gente senza casa perché la casa non gliel’hanno ricostruita, gente ricoverata dentro gli alberghi e che gli ostelli vogliono rimandare “al mittente” per questioni burocratiche quasi sempre legate ai soldi-che in questi casi puntualmente non si trovano mai…– in nome di una volontà superiore quanto stolida e cieca. Mi sia consentita allora una riflessione: quando si tratta del voto i nostri politici si spalmano la faccia di belletto, poi, finita la patetica kermesse, chi si è visto si è visto e le promesse -in questo caso a favore dei terremotati – vanno a farsi benedire. A fianco, la macchina burocratico-giudiziaria che nulla risparmia al suo passaggio, succuba di leggi e diktat partoriti dai poteri forti, che infieriscono su gente imbelle, e di contro chiudono gli occhi a cospetto di realtà riprovevoli, mettendole a tacere sotto cumuli di sabbia. Siamo al paradosso del paradosso (qualcuno ricorda forse la serie di corti degli anni ’70 intitolata“the twilight zone”?…).Intanto Peppina dove andrà non importa, è una tra le tante che – forse- troverà di che svernare. Affari suoi. Queste le sue toccanti parole: “Se aggiustassero la mia casa, io tornerei lì”. In quella casa con mio marito ho vissuto per 75 anni: sono entrata che non avevamo i piatti per tutti, e alla fine non sapevamo più dove metterli”, racconta la donna, “abbiamo lavorato sempre, anche la domenica, per far studiare le figlie fuori. Avevamo tutto, e ora alla mia età non ho più nulla, in questa casetta non ho le mie cose, non trovo più niente. Ma almeno sono qui. Mi sento morire se penso di dover andare via, e dove poi? Non c’ è un altro posto per me. In questa casetta non sento più nemmeno le scosse, mi sento sicura. Io voglio morire qui”. Giustizia è fatta, è questo che conta: in sfregio alla dea Dyke, in spregio al Comandamento, alla sacertà della vita. Mi sovviene a clausola l’Antigone di Sofocle che, a costo della sua vita, grida ancora dai tetti una verità ineludibile ed eterna, a dispetto dei cavilli burocratici e del groviglio di leggi che, sovente, in tutto albergano fuorché nel jus-tum.

*Giuseppe Fedeli, giudice di pace a Fermo


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