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Sisma e solidarietà, un italiano su 3
sceglie ciauscolo e pecorino

ECONOMIA - Ad un anno dalle scosse si conferma la decisa volontà di continuare a sostenere i territori devastati, nelle Marche oltre 15.000 le aziende colpite
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Ha acquistato prodotti tipici del territorio più di un italiano su 3 (36%) che ha deciso di fare visita alle aree colpite dal terremoto durante l’estate 2017. E’ quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixe’ diffusa a distanza di un anno dalla prime scosse che conferma la decisa volontà degli italiani di continuare a sostenere i territori devastati dal sisma. Portare in tavola i prodotti alimentari salvati dalle macerie è stata la più partecipata forma di solidarietà espressa nei confronti delle popolazioni terremotate.

Un sostegno importante allo sforzo degli agricoltori per non interrompere la produzione nonostante le difficoltà legate al sisma abbiano colpito un po’ tutti i prodotti di quelle zone, secondo l’analisi Coldiretti. Per il ciauscolo, il caratteristico salame spalmabile marchigiano, si stima un calo delle quantità del 15%, a causa del crollo dei laboratori di trasformazione. Lo stesso discorso vale per il pecorino dei Sibillini, per il quale le quantità sono ridotte del 20-30% a causa soprattutto della diminuzione nella produzione di latte determinata dallo stress al quale sono stati sottoposti gli animali rimasti per lunghi mesi all’aperto. In diminuzione anche altre specialità, come la patata rossa di Colfiorito, lo zafferano, il tartufo o la cicerchia mentre è crollato del 15% il raccolto di grano per effetto congiunto delle condizioni climatiche e della riduzione dei terreni seminati dopo le scosse.

Secondo un’analisi Coldiretti, sono 15.300 le aziende agricole e le stalle nei comuni delle Marche colpiti dalle scosse del 24 agosto e del 26-30 ottobre; 175mila gli ettari di terreni agricoli coltivati soprattutto a seminativi, dal grano duro per la pasta all’orzo, dal farro all’avena, dai girasoli alle lenticchie e agli altri legumi. Importante la presenza di allevamenti, con circa 215mila capi tra bovini, ovini e suini, che alimentano un fiorente indotto agroindustriale.


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