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Paesi nemici ma uniti
nel soccorso ai terremotati
Intanto gli albanesi raccolgono
generi di prima necessità

FERMO - Il racconto di Francesco Lusek al rientro dall'Albania: “Turchi e israeliani abbracciati, kosovari e serbi insieme: è stato emozionante”
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di Andrea Braconi

Non si ferma la mobilitazione per l’Albania devastata dal terremoto. E Fermo, in queste attività, ha assunto un ruolo centrale all’interno dello scacchiere regionale. Nella mattinata, infatti, in Piazza Saragat a Lido Tre Archi, l’Associazione Scanderbeg (che prende il nome da un condottiero e patriota albanese) ha attivato una raccolta di generi di prima necessità da destinare al proprio Paese d’origine, raccordando così cittadini albanesi di varie parti delle Marche.

Da qualche giorno, invece, è rientrata in Italia la squadra di soccorritori partita da Fermo lo scorso 25 novembre. Ore di lavoro tra le macerie per cercare sopravvissuti o, come purtroppo è accaduto, nell’individuare soltanto vittime. Un’attività che, come ci spiega il disaster manager Francesco Lusek, lascia sempre dei segni dentro. Nel male ma anche nel bene. “Nella gestione di un’emergenza c’è questo aspetto internazionale. E l’Albania, essendo un Paese in via di sviluppo, avendo il proprio sistema di Protezione Civile ancora nella fase embrionale e, soprattutto, essendo stata colpita in maniera grave, ha richiesto assistenza sia all’Europa che ad altri stati non UE, i quali hanno prontamente risposto”.

Una situazione, quindi, gestita negli stessi cantieri alla presenza di kosovari, macedoni, rumeni, greci, francesi, serbi, turchi e, ovviamente, italiani. “Sono situazioni delicate, con tutte le potenzialità e le problematicità che si portano dietro. Lì, tra le macerie, devi saper lavorare sinergicamente. Tutti i team di soccorso hanno le linee guida stilate dalle Nazioni Unite, e sulle quali lavoriamo da diversi anni, con una formazione solitamente fatta in modo molto simile. Perciò, quello che non si riesce a capire con il linguaggio si capisce attraverso questa documentazione”.

Ma l’aspetto più toccante, anche per uno come Lusek che ha vissuto la guerra in Kosovo come volontario, è stato vedere serbi entrare in Albania per prestare soccorso, proprio insieme alle squadre kosovare. “Allo stesso tempo è stato emozionante vedere il Kosovo, che fino a venti anni fa era raso al suolo dalla guerra, arrivare con soccorritori ben equipaggiati e con strumentazioni tecnologiche di un certo livello”.

Un ricordo altrettanto pregno di significato è quello dell’ultimo giorno in terra d’Albania, quando sono state chiuse le ricerche e i team leader sono stati chiamati al centro operativo Onu per relazionare sul proprio operato. “All’uscita ho visto la scena del saluto, con abbracci e pacche sulle spalle, tra soccorritori turchi e israeliani. Tutto questo ti fa riflettere, ti fa pensare che alla fine il mondo non è un posto così brutto. In una situazione catastrofica è venuto fuori il meglio dei popoli. Non è retorica, ma è una cosa concreta fatta di piccoli gesti quotidiani, di sudore e di pianti”.

Paesi e persone spesso in conflitto, che però di fronte a crolli provocati da un sisma, lavorano gomito a gomito. Chiudendo negli zaini i propri passaporti, operando in amicizia e tirando fuori soltanto la propria determinazione per aiutare e sostenere una comunità ferita. Un esempio che, in Lusek come in chi ha avuto il privilegio di incrociare queste storie, genera molto più di una semplice riflessione.

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