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Viaggio nella Rianimazione del Murri,
Cola: “Siamo alla fase plateau del contagio,
forse a metà maggio torneremo a respirare”

CORONAVIRUS - La dirigente Cola: "Siamo nella fase plateau". Il 3 marzo al reparto di Rianimazione guidato dal primario Luisanna Cola è arrivato il paziente 1 per l'ospedale di Fermo. Come si manifesta il virus. Dalla fase attuale del contagio alle previsioni del primario passando dalle accortezze sui dispositivi di protezione individuale all'incidenza sui pazienti, sui familiari e sul personale del reparto, epicentro della battaglia
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Il primario della Rianimazione del Murri di Fermo, Luisanna Cola

di Giorgio Fedeli

E’ passato un mese esatto dall’arrivo, in reparto, del paziente 1 da Pesaro. E quella data per la Rianimazione dell’ospedale Murri di Fermo è considerata ufficialmente come l’inizio della battaglia al Coronavirus. Trenta giorni di lavoro sfiancante, di drammi, di momenti di commozione, di fugaci sospiri di sollievo, di giornate senza orario che hanno letteralmente stravolto un intero reparto, rinsaldando però una équipe chiamata in prima linea nella guerra a quel nemico che sembra implacabile e che risponde al nome di Covid-19. A un mese dall’inizio della battaglia per il primario di Rianimazione dell’ospedale Murri di Fermo, Luisanna Cola, è giunto il momento di tirare le prime somme. Perché siamo a un potenziale giro di boa. E, certo, è anche tempo di guardare al futuro prossimo: “Siamo nella fase del plateau e forse a metà maggio potremo tornare a respirare”. Ma quella data, dettata dal cuore, dalla speranza e dall’andamento del contagio in altre nazioni come la Cina, è ancora lontana. E c’è ancora da lottare. Solo ieri, al Murri, l’ultima vittima: una 81enne di Montegranaro. E la Cola, alla guida del reparto, forte del coraggio e della professionalità di tutto il suo staff, non ha alcuna intenzione di mollare.

Come è la situazione nel suo reparto? E come si manifesta il Covid-19?

“Attualmente abbiamo 13 pazienti ricoverati e stiamo trasferendo un giovane a Malattie Infettive, un paziente che sta migliorando. Dei ricoverati 10 sono uomini. Quindi a stragrande maggioranza maschile. Le età vanno dai 55 ai 64 anni. Sì persone giovani. Perché? Semplice, perché quando arrivano gli anziani, sono già in condizioni gravi se non gravissime e per loro purtroppo non vi è nemmeno il tempo per provare una terapia. Le persone più giovani, invece, resistono più tempo a casa. In effetti con questo virus c’è grande discrepanza tra i sintomi, che sono lievi, e il danno polmonare, a volte irreparabile. Basti dire che alcuni pazienti, prima di essere intubati si fanno la barba da soli. Il sintomo della difficoltà respiratoria è tardivo e nei più giovani si passa dallo stato di compenso al danno grave, con una quantità di ossigeno nel sangue molto bassa. L’anziano, invece, con la crisi respiratoria crolla. Dispnea, affaticamento nel respirare, febbre alta, una grande stanchezza, tosse, congiuntivite, naso chiuso sono tutti sintomi. Noi ogni mattina ci rapportiamo con il Pronto soccorso, con Malattie Infettive e con la Sub-Intensiva per organizzarci con i pazienti. Dal Pronto soccorso possiamo prenderli solo se con tampone positivo e se in condizioni gravi. I ricoveri stanno diminuendo ma non la criticità. Siamo nel gruppo di studio della Rianimazione su scala nazionale, il Giviti, ossia il gruppo italiano per la valutazione degli interventi in Terapia intensiva. Noi dal 3 marzo, accolto il paziente 1 da Pesaro abbiamo letteralmente stravolto e riorganizzato il reparto: da 5 posti letto a 14 + 3, uno sforzo anche ingegneristico immane, con lo stesso numero di medici (16 che vengono turnati per il Covid19) e 5 anestesisti che, invece, si occupano solo della sala operatoria NoCovid19 e che non hanno alcun contatto con noi. Già gli anestesisti non si trovano, figuriamoci in questo periodo. Ma andiamo avanti con le nostre forze, teniamo duro. In un mese abbiamo stravolto la Rianimazione. Sì perché con questo virus ci siamo dovuti attrezzare anche con nuovi materiali e apparecchiature: dai monitor agli aspiratori fino ai dispositivi di protezione individuale. Basti dire che per ogni paziente servono almeno 15 prese della corrente. Sui Dpi, che fino a poco tempo fa arrivavano tutti dalla Cina, ci barcameniamo tra quelli acquistati e le tante donazioni che arrivano da un territorio come il nostro che è davvero virtuoso e solidale, il modello Marche funziona, sì. Anche sul fronte farmaci non siamo in sofferenza. Seguiamo gli studi in corso sul Tocilizumab, siamo in un gruppo di lavoro di Napoli”.

In quale fase del contagio siamo? E si intravede la luce alla fine del tunnel?

“Difficile fare queste previsioni. Diciamo che attualmente siamo nella fase plateaux (in altre parole all’apice del contagio) ma l’apice non è una punta con calo immediato, è un pianoro. Ecco perché le manovre di contenimento servono, bene le restrizioni per altre due settimane. I numeri, le statistiche non dicono nulla. Per avere riscontri certi dovremmo calibrare i contagiati sull’intera popolazione testata, quotidianamente. Conosciamo il numeratore (i contagiati) ma non il denominatore, quindi nulla. E poi quei numeri, magari molto più alti che in altre nazioni, sono elevati perché il nostro sistema sanitario prende in cura tutti e fornisce tutti i dati. Altrove molti muoiono a casa. Avventurandoci in previsioni, del tutto personali, considerando la durata del contagio, ad esempio in Cina, posso ipotizzare, sperare, che per metà maggio potremmo parlare, magari, di stabilizzazione e riduzione del contagio. Ma dobbiamo essere bravi nel seguire le restrizioni. Vedo ancora troppa gente in giro, al supermercato troppe volte, senza mascherine in giro“.

Ma a Fermo il Coronavirus è davvero partito il 3 marzo? O qualche caso sospetto si è avuto anche prima? Parlare quindi di patologie pregresse ha senso?

“Confesso che sono andata a rivedermi tutte le Tac al torace dal primo gennaio. E francamente non ho trovato casi sospetti. Nessuna grave infezione tale da spiazzarci nel trattamento a cui sottoporre il paziente. In merito al discorso delle patologie, il termine ‘pregresse’ in effetti secondo me è errato. Bisognerebbe piuttosto definirle ‘concomitanti‘. Quali sono? Mi viene da dire diabete, obesità, ipertensione, cardiopatia ischemica cronica, malattie polmonari, insufficienza renale cronica, dialisi, quelle che aggravano la situazione in presenza di qualsiasi virus. Ecco perché gli over 65 si devono vaccinarsi sempre per l’influenza”.

Dalle prime linee di febbre in avanti, quale è il percorso del virus?

“I primi sintomi influenzali, la viremia, si manifestano inizialmente con la febbre, che può durare circa una settimana. Lì scatta la risposta immunitaria. Dal sesto giorno, all’incirca, entrano in azione gli anticorpi o con un’immunità benigna o con una tempesta autoimmunitaria che, con le interleuchine, purtroppo, distrugge i polmoni. Gli step in ospedale vanno dal tampone positivo alle Malattie Infettive, alla Sub-Intensiva e alla Rianimazione. E in fase di miglioramento si segue il percorso inverso. L’intubazione solitamente dura tre settimane. Abbiamo la respirazione spontanea senza ossigeno indotto, quella con ossigeno indotto, quella con presidi di ventilazione non invasiva, e l’intubazione. Da ultimo c’è la Ecmo con un macchinario che fornisce, bypassando i polmoni, un’ossigenazione extracorporea. Ecco perché per molti anziani la terapia può risultare addirittura sproporzionata, potrebbero non sopportarla”.

Si parlava di mascherine? Ma servono? E come? E i dispositivi di protezione individuale?

Le mascherine, quelle chirurgiche, servono per evitare che le goccioline di saliva arrivino a contagiare altre persone. La mascherina protegge chi la indossa e chi ci sta vicino. Ecco perché quelle con la valvola non servono affatto a contrastare il contagio: da quella valvola le goccioline vengono immesse nell’aria. Quindi chi ha quelle mascherine deve sigillare la valvola per evitare la fuoriuscita di saliva. Provate a mettervi davanti a uno specchio a una distanza di 50/60 centimetri. Parlate. E vedrete comparire quelle goccioline sul vetro. Sappiamo che il droplex del Coronavirus è pesante, cade a una distanza di 60 centimetri. Ecco perché le distanze di sicurezza servono, eccome. C’è chi usa maniacalmente i guanti. Ma su superfici come la plastica il virus resiste più di 24 ore. Quindi, se toccando qualsiasi oggetto dove è presente il virus, contaminiamo il guanto, con quello, a sua volta, infetteremo tutto quello che tocchiamo. Quindi l’ideale non è indossarli sempre ma lavarsi costantemente le mani. Sì, sono informazioni che andavano date costantemente. E siamo stati carenti, a livello nazionale, nella comunicazione. Io avrei stoppato tutte le pubblicità e passato continuamente messaggi e consigli utili. Per noi, in reparto, ogni giorno è una corsa ai Dpi ma tra quelli acquistati dall’azienda e le donazioni, riusciamo a lavorare”.

Ma cosa ha di così stravolgente questo Coronavirus?

L’isolamento a cui riduce. Isolamento per noi, per i nostri pazienti, per i familiari, in quarantena e non. E’ drammatico morire senza i propri cari vicino, come è drammatico perdere un proprio caro senza poterlo riabbracciare, senza salutarlo per l’ultima volta. Morire così è straziante, morire senza un funerale è dilaniante. E’ brutale anche per noi dover lavorare completamente coperti e ‘occultati’ da mascherine e tute. Per un paziente il contato visivo, un sorriso, un occhio rassicurante, sono importantissimi. E lo sono anche per noi. E pensare che avevamo avviato un percorsi di umanizzazione della Rianimazione. Ora si deve andare avanti, però. Non conosciamo più i giorni o le ore che li scandiscono. Non siamo eroi, anche noi abbiamo le nostre paure, abbiamo le nostre famiglie che ci aspettano ma sappiamo che i pazienti dipendono da noi. Più avanti ci sarà comunque da lavorare anche sul nostro personale. Cosa significa? Beh che non possiamo certo escludere qualche problema da sindrome post-traumatica. Ma ora al lavoro” se spendersi fino allo stremo delle forze può essere definito ‘solo’ lavoro”.

Medici e infermieri eroi dai tempi del Coronavirus? E prima? (risponde Emanuela Callarà coordinatrice della Rianimazione)

“Quando è iniziata l’emergenza siamo partiti con 5 posti letto e 14 infermieri. I primi 15 giorni sono stati durissimi ma all’ospedale abbiamo speso tutta la nostra dedizione e professionalità. Una squadra fantastica. Poi sono arrivati colleghi da altri reparti, dal blocco operatorio, dalla Cardiologia e dall’Utic, da quegli spazi che abbiamo ‘invaso’. Personale che sapeva già come muoversi nella Terapia intensiva. Abbiamo letteralmente stravolto tutta l’organizzazione della Terapia intensiva, in un mese. Tutti noi lavoriamo costantemente con la paura di poter essere contagiati ma nonostante ciò nessuno si è mai tirato indietro. Anzi, molti dei miei infermieri si sono isolati spontaneamente dalle proprie famiglie per proteggerle e il legame che si instaura con i colleghi è quello di una grande famiglia che condivide gioie e dolori, se ci vedono sorridere sui social con i segni delle mascherine sono attimi indispensabili per poter alleviare la tensione e avere la forza di andare avanti. Sì perché quelle mascherine segnano, non solo emotivamente ma anche fisicamente. Eroi? Ci chiamano eroi. Io vorrei solo puntualizzare che non siamo eroi ma grandi professionisti. Lo siamo sempre stati e magari qualcuno lo ha scoperto solo ora con il Coronavirus, che ci ha chiamati a fronteggiare l’emergenza con uno sforzo immane, ulteriore. Ma siamo da sempre dei grandi professionisti che svolgono con dedizione il loro lavoro“.

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