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Medici 118 sotto la soglia limite, Potes del Fermano in crisi. Al Pronto soccorso camici da altri reparti: l’emergenza è sempre più in ‘codice rosso’

FERMO - Dal primo febbraio due medici del 118 andranno in pensione. Resteranno dunque solo in dieci. E ogni Potes (quattro nel Fermano: tre H24 e una H12) richiede 6 medici per coprire i turni. Maldipancia anche tra i medici di vari reparti del Murri, privi dunque di specializzazione in medicina d'urgenza ma chiamati a svolgere servizio al Pronto soccorso
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di Giorgio Fedeli

Partiamo da un dato di fatto: dal prossimo primo febbraio due medici in forze al 118 di Fermo non faranno più parte del pool di camici bianchi dell’emergenza nel Fermano. Sì perché si sono dimessi. Un bel grattacapo. Le due dimissioni potrebbero infatti pesare, all’atto pratico, come macigni sul sistema sanitario provinciale dando vita a scenari inquietanti per la rete emergenziale territoriale. Un effetto domino dai risvolti preoccupanti che dovrebbe spingere chi di dovere a porsi, subito, delle domande.

La prima? Come mai, ad esempio, uno dei due medici che hanno rassegnato le dimissioni, pur essendo del Fermano, pur avendo lavorato nel Fermano per oltre 20, ha deciso di andarsene in altra Area vasta, con tutto ciò che ne consegue (più chilometri da percorrere per andare a lavorare e per tornare a casa, ripartire in un ambiente completamente nuovo, solo per dirne un paio)? Siamo nell’alveo delle scelte personali? Vero, ma che dovrebbero pur sempre far riflettere sul perché un professionista con un tale bagaglio di esperienza lascia il Fermano per altri lidi.

E fosse solo questo il problema! Eh sì perché con i due addii, i medici in forze al 118 fermano saranno 10. Un numero davvero esiguo se si pensa che in organico dovrebbero esserne 21. Solito discorso della carenza di medici? Vero. Ma qui c’è dell’altro. Molto altro, e niente di buono. I medici del 118 reggono il sistema delle postazioni territoriali dell’emergenza sanitaria, meglio note come Potes. Nel Fermano ce ne sono quattro medicalizzate, tre h24 (quella di Fermo/Porto San Giorgio, quella di Montegiorgio e quella di Amandola) e una h12 di Sant’Elpidio a Mare. Già con 12 medici, e parlano i numeri, non si riusciva a coprire tutti i turni. Basti dire che per quella di Amandola ci si avvale della collaborazione dei medici dell’Area vasta 5. E ora con due medici in meno nella nostra provincia che si fa? Il rischio, concreto, è che non si riesca a garantire la medicalizzazione delle tre postazioni mediche (conti alla mano, infatti, per coprire tutti i turni di una singola Potes servono 6 medici). Il calcolo è presto fatto, e dal risultato ‘in passivo’.

Si lasceranno scoperti turni di Potes? Tagli sull’H24? Insomma nulla di buono all’orizzonte per il sistema emergenziale del Fermano. Quella della crisi in casa 118 è una tegola che rischia di abbattersi su un sistema dell’emergenza già alla canna del gas nella nostra provincia. Non si può infatti non fare un salto in Pronto soccorso dove dei 22 medici previsti in organico, attualmente ce ne sono solo 4. E nel reparto ‘d’ingresso’ dell’ospedale Murri, la crisi si cerca di fronteggiarla con i medici della cooperativa e da un pò di tempo chiamando camici da altri reparti. E quest’ultima chiamata alle armi sta creando non pochi maldipancia tra i medici del Murri che non gradiscono affatto cambiare dall’oggi al domani reparto.

Massima attenzione, certamente, a tutto ciò che concerne il contagio da Covid, e ci mancherebbe altro. Ma chi arriva da altri reparti non ha la specializzazione in medicina d’urgenza. E poi lavorare in Pronto soccorso, come ha ben spiegato il suo primario, Alessandro Valentino in un’intervista a Cronache Fermane, prevede tutta una serie di stravolgimenti della propria vita personale che i colleghi che arrivano da altre specializzazioni del Murri possono sì accettare, ma come evento straordinario, non certo come routine. In tutto questo, si aggiungano un ‘Murri’ in grande affanno, con un crescendo di ricoveri di pazienti Covid, con il riordino degli spazi e con ipotizzabili nuovi accorpamenti di reparti, con la Pediatria e la Cardiologia che attendono un’iniezione vitale di medici, con le sale operatorie che temono un nuovo stop. Insomma un quadro generale che, partendo dal sistema emergenza in emergenza (ci si conceda la ripetizione) ha un effetto a catena che dovrebbe spingere i vertici politici e sanitari della nostra regione ad affrontare e sciogliere, una volta per tutte, il nodo ‘Murri’ (per la cronaca ancora senza un direttore) e, più in generale, della sanità fermana che dal primo febbraio rischia il default anche nella prima linea, quella del 118, per un’emorragia sempre più preoccupante.

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