di Giuseppe Fedeli *

L’algoritmo

“C’era un tempo in cui i gusti dicevano qualcosa di noi. La musica che ascoltavamo, i libri che tenevamo sul comodino, i film che citavamo a memoria o i vestiti che sceglievamo prima di uscire; erano tracce personali, piccole dichiarazioni d’identità, spesso imperfette e spesso contraddittorie ma proprio per questo vive. Oggi quella libertà sembra molto più fragile. A raccontarlo in un interessante articolo sul The Guardian è Rachel Aroesti, esperta in cultura pop, partendo da una domanda: quello che ci piace è davvero nostro, oppure ci è stato suggerito così tante volte da sembrarci una scelta personale? L’algoritmo oggi non ci impone più soltanto cosa guardare, ci suggerisce come vestirci, cosa ascoltare, quale serie guardare, tutto arriva già confezionato in forma di tendenza. Un giorno c’è il minimalismo pulito, il giorno dopo il ritorno del vintage, poi il quiet luxury, la nostalgia anni Novanta, il fascino di personaggi trasformati in icone di stile molto tempo dopo la loro vita reale. Ogni microtendenza dura poco, abbastanza da essere consumata, fotografata e sostituita (…)”

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Non voglio addentrarmi in dettagli tecnici che nemmeno conosco, ma solo esporre in poche righe quello che penso riguardo alla A.I., e agli algoritmi che la governano. Già la parola algoritmo, pur essendo un approdo fondamentale della cibernetica, la cifra, dà una sensazione di freddezza (algĭdus deriva da algēre, “sentire freddo”). Ma passiamo oltre. Gli algoritmi riescono non soltanto a intercettare i nostri desiderata, ma, addirittura, a “interpretarli”. Intendiamoci, altro è la macchina intelligente da quella che il fisico Faggin chiama “coscienza”, da parte di noi immortale che, a sua volta, è  parte della coscienza olistica. Stando così le cose, sotto l’imperio dell’intelligenza artificiale sarà ancor più facile parcheggiare il cervello, e rivolgersi a “chi” sforna miliardi di pagine web al giorno, dopo aver ingoiato altrettanti miliardi di bites e silicio a mettere. Discorso trito ritrito, d’accordo.

Può star bene che l’apparato cibernetico ha facilitato il compito dei suoi “sudditi” sotto tanti profili. Ma dal punto di vista etico, viene spontaneo domandarsi: dove andremo a finire? Interrogativo, invero inquietante, intorno al quale da tempo i bioeticisti si arrovellano. Visto che non vi sono limiti coattivi all’abuso del “robot” A.I., abbiamo mai pensato che le giovani leve, se non si pone un freno a questa tendenza in auge, non sapranno più né leggere né scrivere?…né sapranno più far di conto, organizzare un pensiero, costruire un discorso, dacché delegheranno tutto all’eminenza grigia, ma senz’anima? Si sa, è molto più comodo quando si ha la sedia pronta a sostenere le terga.
Chiedi, e, dopo una manciata di secondi, verrai servito a puntino. Vogliamo una nuova Metropolis, fatta di individui in formato A.I., ancor più stranianti dei replicanti narrati dalla pur visionaria fantasia di un Fritz Lang?
A noi la scelta di una insurrezione delle coscienze.

 

* giudice

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