di Silvia Ilari

«In cima al Monte Rosa con il logo del Comune di Fermo»: l’impresa di Matteo e Damiano. Due ragazzi del Fermano l’hanno scalato fino alla Capanna Regina Margherita: 4.554 metri, il rifugio più alto d’Europa. Quattro giorni di salita, un ghiacciaio, la febbre a quota 4.000 e la bandiera della città piantata in vetta.

Sono partiti da Alagna Valsesia, a 1.191 metri, e sono saliti fin sotto la cima del Monte Rosa, alla Capanna Regina Margherita.  A piedi e in cordata, rinunciando alla seggiovia. Matteo Collins, 28 anni, e l’amico e collega Damiano Sergolini hanno portato a termine la loro prima grande scalata d’alta quota e sono rientrati nel Fermano da pochi giorni. Con loro  sul Monte Rosa, stampato su magliette, giubbetti, adesivi e bandiera, il logo del Comune di Fermo che li ha sostenuti. Abbiamo raggiunto Matteo Collins per farci dire qualcosa in più su questo di esperienza.

Matteo, partiamo dall’inizio. Come nasce l’idea di scalare il Monte Rosa?

«È nato tutto a una cena. Un ragazzo raccontava di aver fatto il Cammino di Santiago e diceva che il suo sogno era scalare il Monte Rosa. Io sono rimasto in silenzio, perché in geografia non sono fortissimo e tra me e me pensavo: che monte sarà mai? Tornato a casa mi sono incuriosito, ho cercato, ho letto di cosa si trattava. Sono una persona molto sportiva, mi piace mettermi in gioco e cercare cose sempre più difficili, e sono un amante della montagna: non è da poco che scalo. Così mi sono detto: perché non provare?».

Però non da solo.

«No, da solo mi sembrava un azzardo. Dopo una giornata di cammino vai a dormire in bivacco, è rischioso, e non è il Cammino di Santiago, che è più spirituale: sono due avventure diverse. Allora ho coinvolto Damiano, un collega di lavoro ma anche un grande amico fuori dal lavoro. Sapevo che era la persona giusta, che mi avrebbe detto subito di sì, perché è un amante della montagna anche lui. E così è stato».

Come vi siete preparati?

«Ho iniziato a scalare le montagne da quando avevo 15-16 anni, quasi sempre qui da noi: dal Vettore fino al Gran Sasso, in Abruzzo, che è la cima più alta che abbiamo vicino. Con Damiano abbiamo fatto un’esperienza al Vettore di notte: l’abbiamo scalato al buio, abbiamo dormito in cima e abbiamo aspettato l’alba prima di scendere. Bellissimo. Studiando un po’ in giro, però, abbiamo capito una cosa: per un 4.500 metri non c’è preparazione che tenga, da noi non esiste. Puoi fare quattro volte un 2.000, ma resti sempre a 2.000: cambia la pendenza e soprattutto cambia l’ossigeno. Un 4.000 diretto è un’altra storia. Io poi corro: faccio i dieci chilometri e le mezze maratone, e ho anche uno sponsor, quindi le domeniche erano allenamento o gara. Ci siamo allenati con la corsa, la bici, la palestra, ma un 4.000 non lo simuli: quello che succede, succede».

E non sono mancati gli imprevisti.

«C’è stato un grosso spavento. Due mesi fa Damiano è caduto con la moto e si è rotto tutte e due le spalle. La paura non era tanto che non recuperasse, ma che restando fermo non riuscisse ad allenarsi. Invece si è ripreso, ha fatto qualche gara a piedi per rimettersi in forma. Poi il problema l’ho avuto io: due settimane fa, correndo, mi si è infiammato il ginocchio. Il fisioterapista mi diceva: “Dove vai, al Monte Rosa? Sei fuori di testa”. Ma avevo organizzato tutto, fatto la spesa, preparato l’avventura con mio padre. Dovevo partire».

Quanto costa un’impresa del genere?

«Si può fare anche senza sponsor, è fattibile, ma non è economica. Solo la prenotazione — guida alpina e rifugi per dormire — ci è costata 3.000 euro in due, 1.500 a testa. Poi c’è l’attrezzatura: qui facciamo scalate normali, lì ti trovi su un ghiacciaio e serve roba che da noi non uso, ho dovuto comprarla. Mettendo insieme tutto — macchina, vitto, attrezzatura — siamo sui 2.000 euro a testa. Per fortuna abbiamo trovato degli sponsor che ci hanno dato una mano sulle spese».

Qual è stato il ruolo del Comune di Fermo in questa avventura?

«Il Comune di Fermo ha partecipato come immagine. Mio padre ha un’amicizia con l’ex sindaco e con l’attuale sindaco, e fondamentalmente hanno preso parte mettendo il logo del Comune. Lo trovi sui giubbetti che ho indossato per arrivare in cima, sulle magliette, sulla bandiera con cui ho fatto la foto in vetta e sugli adesivi. In montagna, quando arrivi in cima, si usa attaccare un adesivo per dire “io sono stato qui”. I loghi erano tutti uguali: al centro quello del Comune di Fermo, di lato gli sponsor e sotto i nostri nomi, con la data d’inizio e di fine della scalata».

Raccontaci la salita. Quanti giorni e che tipo di percorso?

«Siamo partiti domenica 21 giugno, ospiti per un paio di giorni da un amico di mio padre a Cossato, in provincia di Biella. Martedì pomeriggio siamo arrivati ad Alagna, il paese sotto il Monte Rosa, e abbiamo iniziato a salire. Si può fare in più modi: c’è chi prende la seggiovia, che ti porta già a circa 2.500 metri. Noi abbiamo rinunciato del tutto e siamo partiti dal basso, da 1.191 metri, completamente a piedi. I primi due giorni sono una classica camminata di montagna: bosco, rocce, sempre in salita. Dal terzo giorno si entra nel ghiacciaio, e lì cambia tutto: ramponi, piccozza, casco, imbragatura. Eravamo incordati con la guida: la corda serve a trattenerti se qualcuno scivola. Siamo arrivati in cima, alla Capanna Margherita, venerdì pomeriggio, e siamo scesi il sabato».

Quanto si soffre lassù?

«Tanto, ed è la cosa che tengo a sottolineare: quello che si vive in certe situazioni è inspiegabile. Posso darti tremila dettagli, ma le sensazioni sono difficili da raccontare, perché sono belle ma anche dolorose. A 4.000 metri siamo stati veramente male: la notte febbre, nausea, mal di testa. Damiano è arrivato su con i piedi pieni di ferite, dopo ore di cammino al giorno. Devi essere davvero motivato».

Eppure la montagna insegna qualcosa che vale lo sforzo.

«La montagna ti insegna a vivere la vita lentamente. Qui corri al lavoro, corri a casa, allenamento, spesa, e hai sempre il telefono in mano. Lassù tutto questo si dimentica. Cammini quattro, cinque ore, poi arrivi in baita: quattro pareti di legno, persone da tutto il mondo — inglesi, tedeschi, svizzeri, americani — carte da gioco, scacchi, dama, libri da leggere. Il 99% delle volte il telefono non prende, e allora socializzi e basta. È la riscoperta dell’essenziale: ti accorgi che tante cose le abbiamo costruite noi, e che a volte sarebbe meglio fermarsi. In un attimo la testa si rigenera».

Al rientro avete festeggiato.

«Sì, mio padre aveva organizzato un pranzo con tutti gli sponsor e le famiglie — zii, nonni, cugini — anche perché uno degli sponsor è il Tucano’s di Porto San Giorgio. Abbiamo raccontato quello che avevamo vissuto. È stato bello chiudere così».

Adesso che obiettivi avete? A quando la prossima avventura?

«Non subito, perché un’esperienza così ti dà tanto ma ti toglie altrettanto: zaini pesanti, spirito di sacrificio, tre giorni senza doccia, bagni in comune. È molto wild. Però l’idea, per l’anno prossimo, è portare a casa una montagna più alta: o il Monte Bianco o magari qualcosa fuori dall’Europa, verso l’Himalaya. L’Everest? Per ora è un sogno con cui si viaggia con la testa, anche perché a livello lavorativo dovresti stare fuori due o tre mesi. Il Monte Bianco è una cima molto più impegnativa: meno di un mese fa lassù sono morte sei o sette persone».

Il pericolo non vi spaventa?

«La paura c’è sempre, e deve esserci: se affronti queste cose con troppa sicurezza, rischi. Ma quando ti piace, la metti un po’ da parte. Anche stavolta abbiamo avuto situazioni abbastanza pericolose».

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