Il vecchio oratorio

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *

Il vecchio oratorio

Un tempo c’erano luoghi dove si andava per incontrarsi, parlare del più e del meno, passare il tempo (un tempo, in parte simile all’otium dei latini: il contrario di nec-otium -negozio-, che stava a indicare gli impegni pubblici, la politica, l’amministrazione dello Stato e gli affari).
Chi non ricorda il campetto di pallone, con la traversa malmessa, che stentava a resistere alla legge di gravità, e l’erba che cresceva a ciuffi stenti?…o il mitico cineforum, dove ci si ritrovava a guardare pellicole in bianco e nero?

Insieme agli oratorî, erano centri di aggregazione che tenevano insieme le comunità, coagulandone gli estri e le ragioni, il genius loci e la voglia di varcarne il perimetro. Nel XX secolo, questa funzione era svolta anche dalle piazze di quartiere, dai circoli ricreativi e culturali, dalle sale di lettura e dalle biblioteche di quartiere. Il tempo lento si viveva spesso sulla strada.
Oggi quella dimensione si sta rattrappendo, quando non è scomparsa del tutto. Sovente, i centri di aggregazione perdono la funzione per cui erano stati pensati, dando asilo a manipoli di ragazzi, che li usano per soddisfare desideri, tutt’altro che sani.
È vero, com’è stato osservato, che ” il tempo è diventato una variabile economica e la permanenza una questione di sostenibilità “. Ma è altrettanto vero che, causa la mercificazione del tempo, gli “hub” moderni fanno meno comunità.

Posto che è già tanto se si riesce a fuggire dallo spazio virtuale, va, allora, stimolato il bisogno di socialità autentica: i giovani siamo anche noi. E anche noi “boomer” siamo stati giovani. Social e diavolerie varie non possono resettare la proiezione, insita in ciascuno di noi, verso un tu che ascolti e accolga chi per primo tende la mano. Per questo, il compito degli adulti, delle istituzioni e della comunità deve essere quello di sostenere e valorizzare, investendo nel proprio tessuto sociale e nel senso di appartenenza, e promuovendo le condizioni, a che queste nuove “comunità” possano crescere e durare nel tempo.
Un tempo, che non è quello dell’orologio, quello della fretta, quello dei milleuno impegni, ma le temp veçu, lo chiamava Marcel Proust. Un tempo condiviso, abitato. Un tempo in cui si riallacciano rapporti e si vive, senza puntare a obiettivi altri.

* giudice


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