
Fabiano Alessandrini
Sta facendo discutere, come era prevedibile, il provvedimento della Regione Marche di proibire i kebab nei centri storici dei Comuni marchigiani. E sulla vicenda abbiamo sentito il punto di vista di Fabiano Alessandrini, ex segretario della Federazione di Fermo del Partito Democratico e membro della direzione regionale.
Cosa pensa del provvedimento annunciato dal presidente Acquaroli sui kebab e i negozi etnici, che sta facendo molto discutere in questi giorni?
«Penso che bisogna fare i complimenti al responsabile della comunicazione di Acquaroli, perché da oltre una settimana ci sta facendo discutere del nulla. Si parla solo di kebab sì, kebab no, è come per incanto scompaiono dalle prime pagine i veri problemi delle Marche: una sanità in condizioni drammatiche, una situazione economica difficile e tanti giovani costretti a cercare lavoro fuori regione. Di tutto questo, ormai da giorni, non si parla più. Si discute invece di un provvedimento che, di fatto, non esiste».
Come sarebbe a dire che non esiste? Se ne sta parlando ovunque.
«Non esiste perché, prima ancora di scomodare la Costituzione e i possibili profili di incostituzionalità, che sono questioni serie, bisogna guardare alla sostanza del provvedimento. E la sostanza è che si tratta semplicemente di una serie di suggerimenti. Si dice che sarebbe meglio evitare locali etnici nei centri storici, ma allora dovremmo parlare anche dei ristoranti sushi o di McDonald’s, anche se questi ultimi raramente aprono nei piccoli centri storici, e privilegiare le attività tradizionali. Non ci sono obblighi, non ci sono vincoli, non ci sono strumenti coercitivi. Tutto viene demandato ai Comuni, che possono eventualmente adottare provvedimenti nell’ambito di questa cornice. Senza obbligatorietà e senza indicazioni precise, stiamo parlando di qualcosa che, concretamente, non produce effetti».
Alcune associazioni di categoria, però, hanno accolto favorevolmente l’iniziativa.
«Ed è proprio questo che mi sorprende. Tutti vorremmo vedere nei centri storici botteghe artigiane, trattorie e attività tradizionali. Magari anche insieme a un kebab: non è questo il punto. Il problema è che quelle attività non aprono perché spesso non sono economicamente sostenibili. Le associazioni di categoria avrebbero dovuto chiedere una cosa molto semplice: quali risorse mette a disposizione la Regione per incentivare chi decide di aprire un’attività tradizionale nei centri storici? Dove sono i finanziamenti? La risposta è che non ci sono. Non esiste alcuna dotazione economica. Per questo considero il provvedimento poco serio».
Secondo lei, quindi, si tratta soprattutto di un’operazione politica?
«Credo che lo si capisca anche dalle risposte del centrodestra alle critiche. Al di là del richiamo alla difesa dell’italianità, l’argomento principale che viene utilizzato è: “L’ha fatto anche Ricci a Pesaro nel 2022”. Già questo dimostra che manca una vera motivazione di merito. E, tra l’altro, non è nemmeno corretto il paragone, perché Ricci aveva adottato un provvedimento completamente diverso, mi viene da dire che non sono buoni neanche a copiare».
In che senso era diverso?
«A Pesaro venne introdotta una limitazione circoscritta ad alcune vie del centro, con l’obiettivo di evitare che intere zone fossero occupate esclusivamente da attività etniche, come è successo in alcune grandi città, penso ad esempio a via Paolo Sarpi a Milano o ad altre aree di Roma e Napoli.
L’obiettivo era evitare una concentrazione eccessiva di una sola tipologia di attività commerciali, preservando l’equilibrio del tessuto urbano. È una questione diversa rispetto a quella posta oggi dalla Regione».
Quindi, secondo lei, il dibattito sta distogliendo l’attenzione dai problemi reali?
«Esattamente. Si sta parlando di propaganda, mentre le vere emergenze sono altre. L’altra sera ero a cena con alcuni ex compagni di scuola e una mia compagna mi ha raccontato di aver ricevuto l’esito di un esame istologico dopo quattro mesi. Nel frattempo era emersa una patologia molto grave. Ecco, questa è la vera emergenza: attendere quattro mesi il risultato di un esame che può fare la differenza tra salvare una vita oppure no. Queste sono le questioni di cui dovremmo discutere, non dei kebab. Sarebbe molto meglio concentrarsi sui problemi seri dei cittadini marchigiani».

















