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Chiude il poligono di tiro amandolese in cui si allenava il campione del mondo Burocchi

venerdì 15 luglio 2016 - Ore 07:48
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Di Attilio Bellesi

 

“Si comunica che in base alle disposizioni del comando infrastrutture centro, sezione di Pescara e dell’UITS-Ufficio segreteria generale e Ufficio poligoni, il presidente dispone la chiusura di questo poligono alle attività di tiro a fuoco in attesa dell’ispezione tecnica dei suddetti uffici per il rinnovo della relativa omologazione.” Questo l’avviso del presidente locale letto all’ingresso del tirassegno di Amandola.

 

Ci piacerebbe però leggere anche le testuali disposizioni superiori (essendo atto pubblico se ne ha diritto) in base a cui l’avviso è stato prodotto. Stupisce un po’ che gli Uffici citati, dopo mezzo secolo di attività, s’avvedano ora che l’attuale poligono, sorto sulle rovine del vecchio, non è conforme alla legge. Che niente niente, magari con l’oscuro scopo di bloccare l’attività del poligono, c’è stata la soffiata di qualche galantuomo su eventuali irregolarità della struttura sportiva? E ancora: sarebbe stato possibile evitare la chiusura se il presidente avesse preso la decisione che si continuasse a sparare sotto la sua responsabilità? E se ciò era possibile, perché non è stato fatto? Certo, occorreva un po’ di coraggio, ma forse ne valeva la pena.

Il paese per chiusure effettive o minacciate è abbastanza esasperato.

 

Il nostro poligono ha una illustre tradizione più che secolare (nato ufficialmente nel  1883), anche nelle competizioni. E soprattutto in esso s’è formato nientemeno Antonio Burocchi, amandolese doc, che nel 1988 conquistò a Roma il titolo assoluto di campione italiano (carabina)  e l’anno successivo detenne il primato mondiale, ottenuto a Suhl in Germania. Burocchi avrebbe strameritato di essere a vita presidente onorario della società sportiva. Esempio e maestro senza pari per giovani da avviare all’attività agonistica, ora mancante. Il carisma del campione potrebbe risvegliare in vari ragazzi l’interesse per la disciplina, che educa con efficacia alla concentrazione e all’autocontrollo, qualità indispensabili per una crescita equilibrata.

 

Invece , Antonio da qualche tempo, allorché gli prende la voglia di ascoltare la secca voce della sua carabina, che a Jesi gli regalò pure uno strabiliante 600/600, si reca, gradito ospite, al tirassegno di Montegiorgio. Perché non torna al suo tirassegno, quello in cui è cresciuto fino ai massimi vertici? Fatto è che Antonio sarà un ex come infallibile tiratore ma rimane sempre un uomo preciso e corretto. Un pignolo della trasparenza. E siccome la società sportiva è un ente pubblico, di questo vorrebbe che si seguisse la normativa.

 

Il consuntivo, per esempio, accompagnato da relazione presidenziale e da approvazione del revisore dei conti, dovrebbe essere reso pubblico, con il dettaglio di tutte le voci delle entrate e delle uscite nonché redatto su fogli predisposti. La trasparenza è roba seria. È un obbligo. In paese, sotto i portici, c’è una antica e bella bacheca del tirassegno: niente di meglio per la pubblicazione del bilancio. Per non parlare del portale internet.


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