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La piaga del bullismo

Si allarga a macchia d'olio, coperto spesso dalla più subdola omertà. Aprire il dossier delle colpe e ascrivere a questa società malata -come da tempo è in voga- la responsabilità del fenomeno del bullismo è troppo facile, sbrigativo, è un chiaro espediente per scaricarsi la coscienza. Se
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Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli (giudice di pace e scrittore)

“Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto” (Voltaire)

Si allarga a macchia d’olio, coperto spesso dalla più subdola omertà. Aprire il dossier delle colpe e ascrivere a questa società malata -come da tempo è in voga- la responsabilità del fenomeno del bullismo è troppo facile, sbrigativo, è un chiaro espediente per scaricarsi la coscienza. Se è vero che l’attuale consesso sociale non ha più punti di riferimento valoriali, non bisogna dimenticare che la cellula prima in seno a cui si impara a vivere è la famiglia. È il nucleo familiare a dare l’imprinting a ogni nostro atto, scelta, decisione, e funge da sentinella per la vita futura. Non per niente i Romani parlavano di culpa in educando e di culpa in vigilando(paradigmi peraltro vigenti in campo normativo). Certamente, condannare tout court i genitori non ha senso: ma da qui a dire che si tratta di giochini banali, di cui non si prevedono le conseguenze c’è un abisso: è un passepartout troppo comodo, un pretesto che non tiene: troppo facile lavarsi la coscienza così, buttando a mare il rischio e l’impegno educativo.
Le bravate dei capibanda – che si esplicano in primis nel cyberbullismo- sono dovute a uno scontento esistenziale, a una delusione, a un senso di profonda frustrazione che sono quasi sempre il portato di un obiettivo che si voleva raggiungere e che invece è sfuggito di mano. Tramontati i modelli che hanno nel padre e nella madre due punti di ancoraggio fondamentali, caduti totem e tabù e ogni mito, i paradigmi fetish di questa civiltà malata (omissioni incluse) affondano le radici nel progressivo smantellamento delle istituzioni, e allungano i tentacoli ovunque: i gesti sono violenti, le immagini prive di immaginazione e di palpiti virulente e contagiose, la coazione a ripetere porta il branco all’emulazione e ad immortalare -tramite strumenti di telefonia mobile etc- modi e mode, a prostrarsi adoranti davanti a idoli che hanno come sembiante il nulla, e fanno gridare vergogna davanti a Dio. Ispirati al misfatto, si ideeranno gadget commerciali e videogames truculenti per misurare la bravura di più “forti”, degli sveltoni, e questo è un segno ancor più inquietante del degrado morale -nel duplice senso di èthos e ethòs- che marchia la nostra cultura. Ma attenzione, ammonivano i Greci (sia pure in diverse significazioni), mai superare il limite umano: prima del giudizio degli uomini, gli aguzzini (perché tali sono) subiranno secondo un codice inflessibile l’atroce legge del contrappasso. Nella convinzione che l’insurrezione debba venire prima di tutto dalle coscienze, attraverso il ripristino -pena l’abbrutimento generale- di una scala di valori che ha fatto la grandezza di ogni civiltà; dalla gioia di educare dei genitori mediata da modelli coerenti e positivi e dall’autorevolezza del ruolo, e “simbioticamente” dalla pienezza del sentirsi amati dei figli


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