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“I numeri dei contagi ci stanno
piovendo addosso” I timori dell’Av4
che si appiglia a tamponi,
tracciamento e isolamenti

FERMO - Nuovo aggiornamento di Livini, Ciarrocchi e Scialè sull'emergenza sanitaria in corso
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di Andrea Braconi

“I numeri ci stanno venendo addosso, ma cerchiamo di difenderci e regolamentare percorsi con ciò che abbiamo a disposizione”. Anche in occasione del nuovo aggiornamento dell’Area Vasta 4 sull’emergenza Covid, il direttore Licio Livini non ha nascosto la propria preoccupazione e quella del personale sanitario per un “fenomeno in espansione incontrollata”.

Tre le parole chiave sulle quali l’azienda sanitaria sta concentrando i propri sforzi: tamponi e test; isolamento di positivi e contatti; tracciamento. “Vogliamo cercare di frenare il ricovero lavorando molto su queste situazioni – ha ribadito -, ma la diffusione è così rapida che per essere contenuta da un tracciamento diventa difficile. Potrebbe essere controllata se avessimo più personale o più forze per lavorare in tempo reale”.

Intanto, nella giornata di ieri, è stata firmata una determina per l’assunzione di 7 medici neolaureati che possano essere dedicati a questo tipo di attività dando supporto anche sul versante scuola, dove le difficoltà sono innegabili.

Cresce l’allarme anche i posti letto del Murri. “Già da oggi avvieremo una rimodulazione degli spazi per andare a 68, incluse le terapie intensive, ma vorremmo avere un ospedale pulito e che mantenga le proprie attività. Ventidue posti verranno dal reparto di Medicina, che andrà così a ritrasformarsi in una sorta di Covideria, oltre ai posti di terapia intensiva da individuare da qualche parte, per avere così quei 36 posti in più”.

Giuseppe Ciarrocchi, direttore del Dipartimento di Prevenzione, è sulla stessa lunghezza d’onda. “La situazione è in rapido peggioramento, i dati a livello provinciale sono molto negativi, con positivi che stanno quasi raddoppiando: il 26 avevamo circa 80-100 positivi, il 27 siamo arrivati a 140”.

Siamo, ha tenuto ad evidenziare, in uno scenario di Tipo 3, in cui le misure di mitigazione adottate fino a qui non sono più sufficienti. “Il tracciamento ha una sua validità quando riesce ad intercettare i casi, ma oggi siamo sommersi di tamponi positivi. È uno scenario pericoloso perché un’incidenza con un RT maggiore di 1 mette in crisi i sistemi sanitari, sia di territorio che nell’ospedale. Il numero dei ricoverati aumenta se perdura tutto questo e il sistema non riesce più a curare chi ha bisogno”.

E allora, si domanda lo stesso Ciarrocchi, cosa è importante fare? “Servono altre misure di mitigazione. È fondamentale ridurre le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo, così come rimanere a casa il più possibile utilizzando mascherine e lavandosi le mani. Non è un lockdown, ma una raccomandazione perché serve una maggiore responsabilizzazione dei singoli individui”.

Serve anche, prosegue, una sinergia di azione con sindaci, amministrazioni comunali e tutte le istituzioni per aiutare l’Area Vasta nel diffondere questi concetti. “Da soli non ne veniamo fuori, il sistema sanitario da solo non riesce più ad arginare il diffondersi di questa infezione. E se non funziona questa fase si passerà alla chiusura completa. Per questo dobbiamo essere responsabili”.

Trasporti e scuole restano terreni fertili per la diffusione del virus, ma a favorire questa crescita esponenziale sono stati soprattutto i nostri comportamenti degli ultimi 15-20 giorni. “La popolazione ci deve aiutare, limitando i contatti interpersonali e mantenendo anche in ambito domestico le stesse misure di precauzione. C’è anche un’altra cosa da sfatare: i contatti dei positivi sono convinti che se risultati negativi ad un primo tampone possano rimanere negativi per sempre. Invece l’infezione si comporta come tutte le altre infezioni e i contatti stretti devono aspettare 14 giorni”.

Una buona notizia è quella della firma di un accordo nazionale con medici e pediatri per effettuare test rapidi validati nei propri laboratori. Per Vittorio Scialè, direttore del Distretto, sarebbe un salto enorme, anche se resta un problema di strumenti. “In questo momento c’è una disposizione regionale del 23 ottobre nella quale oltre ad indicazioni arrivate tardi, come la chiusura dell’accesso alle strutture, che noi abbiamo fatto settimane fa e che ci ha permesso di evitare promiscuità e assembramento dei visitatori, si dice che ogni 15 giorni dovremmo effettuare il test antigenico a tutti gli operatori e ospiti di strutture residenziali e semiresidenziali. Solo qui da noi occorrerebbero 3.000 test al mese. Questo testimonia uno scollamento tra centro e periferia, con quest’ultima che ha il cerino in mano e ha la possibilità di spegnerlo, se però ci sono determinate indicazioni e determinante risorse da mettere a disposizione. Altrimenti non si fa un passo in avanti”.

Perché qualcosa deve cambiare in maniera radicale, aggiunge. E subito. “Se dobbiamo intercettare i positivi e fargli fare quarantena anche se asintomatici dobbiamo farlo subito, e con loro i contatti stretti diretti”.

I medici di medicina generale rimangono comunque in primissima linea. “Oggi completiamo la consegna del terzo lotto di vaccinazioni antinfluenzali, con il quarto che verrà consegnato la prossima settimana. Con questo avremo distribuito 37.000 vaccini, un numero quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno e finito quasi completamente nel mese di ottobre, quindi in anticipo rispetto al passato”.

Un problema serio da gestire resta quello delle strutture residenziali. “Abbiamo avuto un soggetto operatore positivo in una Rsr a Porto San Giorgio: da quel giorno nel giro di una settimana 6 ospiti su 14 si sono positivizzati, per fortuna tutti asintomatici. Abbiamo valutato le possibili soluzioni e 3 ospiti sono stati mandati a Campofilone, mentre per gli altri 3 abbiamo concordato la dimissione a domicilio, programmando la dimissione di tutti gli altri. Oggi, domani e dopodomani la struttura sarà chiusa per una sanificazione a tappeto, per ripartire da lunedì 2 novembre con le nuove ammissioni”.

Questo, ha voluto rimarcare, è stato possibile anche grazie all’aiuto della struttura di Campofilone, di fondamentale importanza anche in relazione all’ospedale. “Se gli ospedali non hanno una valvola di scarico, le persone che fine fanno? Rimangono in ospedale e quindi l’ospedale deve raddoppiare o triplicare i posti letto. Non esiste un piano regionale, come invece si fece a marzo, di supporto ai reparti per acuti, che sarebbe preziosissimo, per prevedere dimissioni precoci e protette dal reparto per acuti in una struttura più tranquilla per far negativizzare la persone e poi mandarla a casa”.

Campofilone che da 44 posti disponibili per i casi Covid è salita a 48, grazie alla riconversione di 2 camere, e che ospita 10 pazienti dell’Area Vasta 4. Ma nelle Marche ci sono soltanto i 15 posti ufficiali partiti lunedì a Chiaravalle e i 20 in una Rsa di Pesaro. “È questo è tutto” chiosa con una punta di amarezza Scialè. “Possibile che nessuno pensa che sia necessario tenere posti di post critica per permettere agli ospedali che stanno soffocando di fare una selezione?”.

Un messaggio, come racconta Livini, già portato al tavolo regionale. “In quella sede ho detto anche di più: noi stiamo pensando di convertire qualche nostra struttura, ma che lo facciano anche gli altri, perché dobbiamo avere tutti la stessa visione. Avere Campofilone significa anche possibili rericoveri, gente che potrebbe riacutizzarsi e rientrare in ospedale per problemi di altro tipo. E questi poi ce lo ritroviamo al Murri. Invece, vorremmo che tutti partecipassero, considerato soprattutto che noi abbiamo dimensioni piccole e che sia nella prima fase che in questa ci siamo occupati di tutti i territori”.

Intanto, la prossima settimana dovrebbe giungere un’importante comunicazione per i cittadini dell’area montana. “Ci sono arrivate sollecitazioni e mentre per l’Usca dico che questa è della sede dove sta in stand by ma va dove viene chiamata – e che stiamo comunque anche pensando ad una terza – sui tamponi stiamo valutando un punto di riferimento ad Amandola”.

Ma saranno gli aspetti logistici a decretare la scelta in un senso o in un altro. “Occorre trovare il lungo fisico dove far confluire tante auto, che permetta agli operatori di stare protetti essendo un’attività all’aperto. C’è un problema risorse umane ma l’aspetto logistico è determinante. Servirà anche l’aiuto della Protezione Civile, come sta avvenendo a Fermo”.




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