Il ‘Cantamaggio’,
viaggio nei canti della questua
della marca fermana

Il forte legame tra uomo e natura era più marcato con l’arrivo della primavera, che segnava la fine del periodo più sterile e povero dell’anno e inaugurava un periodo di speranza. Nelle nostra Regione si celebravano rituali di ringraziamento e propiziazione in cui si mescolavano sacro e profano, talché la forte partecipazione emotiva della comunità li rendeva a tutti gli effetti strumenti di com-partecipazione, di coesione sociale

Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli (giudice di Pace di Fermo e scrittore) alias Jeff Qohelet

All’interno dei canti tradizionali marchigiani, i cosiddetti canti di questua- dal latino quaerere, cioè chiedere, andare in cerca- erano richieste di offerte eseguite da gruppi itineranti di musici e cantori, che attraversavano le campagne durante le festività agricole, nella classica formazione di tre elementi: organetto, cembalo, triangolo e voci maschili.
I canti di questua seguivano un rituale schematico ben predefinito:
– i questuanti si presentavano al vergaro/vergara;
– chiedevano il permesso di cantare;
– al canto e alla richiesta seguiva un’offerta, solitamente in natura;
– se l’offerta veniva elargita seguiva un canto di ringraziamento;
– se il vergaro rifiutava l’offerta, la famiglia veniva schernita a suon di stornelli scherzosi, come ad esempio: “E da tanto cantare poi non ci hai dato niente / guarda che bbella gente che Cristo fa campa’”;
– in conclusione si eseguiva un saltarello, ballato dagli abitanti della casa.
“Eventi rituali strettamente connessi con lo svolgimento calendariale dell’anno agricolo”, come gli antichissimi rituali dei salii erano collegati ai riti di passaggio dei giovani, i canti di questua erano connessi al ciclo delle festività invernali e primaverili.
Vi si possono ricomprendere anche i canti per la festività agricola del Cantamaggio: tradizioni che, pur sbiadite nel tempo, si perpetuano in alcune zone delle Marche, compresa la marca fermana e il territorio piceno.
Nell’antico calendario romano queste stesse date coincidevano a un dipresso con le festività legate ai culti agrari, in stretto collegamento con le feste del Sole, perlopiù celebrate nel periodo invernale/primaverile.
Il forte legame tra uomo e natura era più marcato con l’arrivo della primavera, che segnava la fine del periodo più sterile e povero dell’anno e inaugurava un periodo di speranza.
Nelle nostra Regione si celebravano rituali di ringraziamento e propiziazione in cui si mescolavano sacro e profano, talché la forte partecipazione emotiva della comunità li rendeva a tutti gli effetti strumenti di com-partecipazione, di coesione sociale.
Le feste pagane,come dice il nome stesso, erano ben più radicate nei pagi, cioè nei villaggi, dove il ciclo della vita agreste rivestiva un ruolo importantissimo, e assumeva presso le popolazione primitive una valenza “animistica”, come se tutti gli elementi della natura avessero per l’appunto un’anima, così da influenzare l’andamento del raccolto e la fecondità sia della natura sia della donna. Per questo motivo l’entroterra marchigiano ha preservato a lungo tracce di questi rituali nelle tradizioni popolari.
I rituali di primavera cominciavano a marzo con lo Scacciamarzo, un rituale magico che serviva a scacciare l’ultimo mese della stagione invernale. Esso vedeva protagonisti sopratutto i giovani che, mascherati e adornati con elementi vegetali, andavano per le campagne facendo un allegro baccano attraverso improvvisati “strumenti” metallici. L’intento era quello di allontanare le forze del male che avevano reso sterile la terra.
Ma è nel mese di maggio che i rituali di primavera raggiungevano il loro apice con il Cantamaggio e il Piantamaggio.
A celebrare l’avvento della primavera, della nuova stagione agricola, il Cantamaggio era un canto rituale propiziatorio che veniva eseguito da musicisti e cantori seguendo un cerimoniale ben preciso, in memoria del ciclo della vita che si risveglia e come auspicio di fertilità e di benessere dell’intera comunità.
Il Piantamaggio, le cui origini sono antichissime, era, dal canto suo, un rituale di derivazione pagana che vedeva protagonista l’albero, simbolo per eccellenza della natura. Il rituale consisteva nel taglio di un albero che, nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, veniva portato nella piazza principale abbellito di fiori e nastri.
Il Cristianesimo si “sovrappose”, poi, sostituendosi ai rituali (tanto che maggio è diventato il mese dedicato alla SS. Vergine Maria) e alle feste del calendario pagano.
Feste che avevano una cadenza ben precisa proprio perché erano un modo di festeggiare l’allungarsi delle giornate, ricollegandosi appunto al culto del Sol Invictus, che, con l’avvento della nuova religione, fu sostituito dalla figura di Cristo.
Un modo, sopra tutto, di essere radicati nella propria terra, così da suggerne il genius loci.


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