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Il Liceo Artistico di Fermo e un desiderio di futuro che unisce studenti e rifugiati

venerdì 3 marzo 2017 - Ore 17:57
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di Andrea Braconi

Una mattinata di storie che si incrociano, di idiomi che si fondono, di richiami alla geografia, ma soprattutto di sorrisi. Perché quando sono le nuove generazioni a riflettere sui fenomeni migratori – e quando tutto questo parte dalla scuola – ogni sorta di barriera si frantuma, lasciando spazio alla conoscenza.

L’appuntamento è per le ore 10 nella sede del Liceo Artistico di Fermo. Le sedie sono posizionate in circolo, ad annullare ogni possibile distanza.

Ci sono le operatrici delle Sprar Sibilla Frontoni e Maria Jolanda Dezi, c’è l’insegnante di lettere Giuseppe Buondonno. E ci sono loro: gli studenti della classe quarta del corso di Arte figurativa e un’altra quarta di Architettura e Scenografia, mescolati ai rifugiati del progetti Sprar “Era domani” e “Nuovi inizi”. Un incontro che rientra in un’attività formativa denominata “Noborders”, che vede la collaborazione tra l’istituto scolastico e lo stesso Sprar.

Dopo un’introduzione della Frontoni, incentrata anche su alcuni aspetti del percorso di accoglienza e sulle difficoltà burocratiche nell’ottenimento dei permessi, è Djbril il primo a raccontarsi, a trasmettere il proprio entusiasmo per lo studio della lingua italiana. A colpire i ragazzi è però il suo impegno nell’ottenimento della patente di guida, una situazione che accomuna un po’ tutti i presenti e che genera battute e suggerimenti.

Aliou, 19 anni, è arrivato minorenne passando per la Sicilia e per Firenze. “In Senegal è difficile vivere quando la tua famiglia non ha possibilità e perciò sei costretto a fuggire. E oggi sono contento di raccontare queste cose con voi”. Gli chiedono cosa vorrebbe fare dopo la scuola e lui, nello spiegare che ha già iniziato a lavorare in un ristorante, rimarca come gli piacerebbe “fare tante altre cose ancora”.

I genitori di Nicoletta, 18 anni, sono arrivati qui dalla Polonia e hanno dovuto affrontare tante difficoltà non conoscendo una lingua e non avendo un’occupazione. “Ricrearsi una vita da capo è difficile – riflette Nicoletta – indipendentemente da dove provieni”.

La prima tappa dell’ivoriano Williams in Italia è stata Lampedusa. Soltanto 4 giorni, prima di raggiungere Grottammare. Un anno lì, poi Fermo, con le lezioni di italiano e, soprattutto, i venerdì con gli incontri in Chiesa insieme a ragazzi italiani “per parlare di tante cose, della vita qui e di quello che abbiamo in comune”.

Donia è nata qui e si sente “più italiana che marocchina”. Sogna, di poter fare da grande la designer industriale. E sogna una società più aperta, senza pregiudizi. Proprio come Marco, tedesco, trasferitosi con la famiglia da 4 anni. “All’inizio è stato difficile integrarmi, ma con il tempo ho imparato la lingua. La Germania? Non è proprio il Paese che viene descritto e quando mi chiedono se voglio tornare lì la mia risposta è sempre no, non voglio tornarci”.

Nel suo timido italiano e con un francese di ben altra efficacia, Kade, ragazza proveniente dalla

Guinea e arrivata a Fermo 4 mesi fa, oltre allo studio della lingua è impegnata in un corso di cucito, in un altro di cucina, continuando però a sperare di poter diventare “una segretaria informatica”.

Durante l’intervallo il tema di discussione diventa il metodo per fare le treccine. Sì, proprio le treccine che Blessy, 18 anni, nigeriana, esibisce con orgoglio e con un accenno di sorriso.

Sara fa parte del comitato antirazzista Noisette e non si fa sfuggire l’occasione per invitare gli amici rifugiati ad un incontro con lo scrittore Alessandro Leogrande, programmato per domenica 12 marzo alle ore 17.30 al Ricreatorio San Carlo. “Ci piacerebbe molto se veniste anche voi, per parlare di queste tematiche ma anche per divertirci insieme”.

È lo spunto per una seconda parte dedicata agli atteggiamenti di pregiudizio e razzismo che attraversano la società italiana.

Vivian ha trascorso la sua estate a Londra, lavorando in un ristorante italiano. “I proprietari sono turchi, io ho lavorato con un cameriere africano, un altro rumeno e un altro ancora albanese. Lì non ci sono pregiudizi, vengono tutti per lo stesso motivo”. Ma Londra, come sottolinea Nicoletta, è un caso a se stante. “Nel resto dell’Inghilterra, in particolare nelle piccole realtà, ci sono atti estremi con episodi di profonda intolleranza”.

Nel Texas “razzista per eccellenza” ha vissuto per qualche tempo Ilaria. “Quando dovevo iscrivermi ad un corso mi chiedevano nome, cognome, data di nascita e razza: io dovevo scegliere tra bianco, nero, ispanico e un qualcosa tipo orientale”.

E nel Fermano? Sono diversi gli episodi di intolleranza e sospetto vissuti dai protagonisti di questa mattinata. Djbril porta la sua esperienza a bordo di un bus, con una signora che non ha voluto farlo sedere nel posto libero accanto a lei.

Ma sono forse le parole di Aliou, nello loro semplicità, a tracciare l’immagine più nitida: “Ci sono persone buone e persone cattive, ma il razzismo non è affatto una cosa normale. Siamo tutti essere umani”. Gli fa eco ancora Djbril: “Sì, non siamo uguali, ma perché ognuno di noi ha un proprio pensiero. Arrivando qui ho pensato ‘come faccio a convivere con loro?’. Ma una volta arrivato mi sono sentito bene”.

Abbiamo condiviso con lo Sprar – conclude il professor Buondonno, che insegna italiano anche ad alcuni degli stessi rifugiati – il piacere di una serie di incontri che potrebbero svilupparsi con alcune attività di laboratorio. L’abbiamo concepito come un confronto tra coetanei che hanno in comune un desiderio di futuro, un desiderio assolutamente universale”.


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