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Capaci, 25 anni dopo: “Una nuova coscienza civile per non vivere più sotto il ricatto politico mafioso”

MAFIA – Lorenzo Baldo, vice direttore di AntimafiaDuemila, ricorda l'omicidio di Giovanni Falcone e le connessioni della morte di Attilio Manca con la trattativa tra Cosa Nostra e Stato
lunedì 22 maggio 2017 - Ore 20:23
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di Andrea Braconi

Ci sono fatti che devono essere spiegati. Omicidi che conosciamo soltanto per il loro rumore mediatico, immancabile e obbligato, ma non per gli elementi che li connotano. E quindi, venticinque anni dopo la strage di Capaci nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo ed Antonio Montinaro, parlare è essenziale.

Per Lorenzo Baldo, vice direttore del periodico AntimafiaDuemila, sono giornate molto impegnative, con incontri pubblici, commemorazioni e con l’emozione per l’uscita (giovedì 25 maggio) di un libro, “Quel terribile ’92”, scritto da Aaron Pettinari, uno dei suoi più fidati collaboratori, elpidiense ma trasferitosi da alcuni anni nella redazione di Palermo. Nonostante tutto, Baldo non si tira indietro di fronte ad una lunga riflessione su cosa (non) è cambiato a partire dal quel 23 maggio 1992.

Lorenzo Baldo


Prima e dopo Capaci una serie di eventi drammatici ha cambiato la storia di questo Paese. Cosa è rimasto, sia sul fronte giudiziario che giornalistico e civile?

“Sicuramente 25 anni dopo le stragi tante cose sono cambiate, da un punto di vista sociale e di impegno civile. Trovo una speranza nel vedere che ci sono tanti insegnanti che nelle scuole parlano con i ragazzi, raccontano chi erano Falcone e Borsellino. Vedo comunque un Paese con un sistema di governo, con la politica e con le istituzioni che, invece, molto spesso remano contro il miglioramento della società e soprattutto la definitiva sconfitta della lotta alla mafia. Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano e come tutti fenomeni umani ha un inizio, un’evoluzione e una fine.”

E su questo siamo tutti d’accordo. Resta però un’attualità che sembra non manifestare ancora quel tanto atteso finale.

“Il problema secondo me è che qui è stato fatto un salto in avanti. Non è più soltanto la mafia, ma un sistema integrato dove allo stesso tavolo siedono Cosa Nostra, alta finanza ed esponenti della politica. È molto peggio a confronto di 25 anni fa. Questo mi preoccupa rispetto alla speranza che invece vedo nei giovani. C’è un Paese che ostacola i magistrati.”

Prendiamo l’esempio di Nino Di Matteo.

“Nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia Di Matteo viene ostacolato da tutte le parti, anche dai massimi vertici delle istituzioni, se pensiamo all’ex presidente della Repubblica Napolitano che sollevò il conflitto di attribuzione e quindi mise fortemente un bastone tra le ruote nella ricerca della verità. Quindi, sono due binari che corrono parallelamente. Dobbiamo fare in modo che sia più forte la coscienza civile, l’impegno quotidiano e non solo nelle celebrazioni di maggio e di luglio. Questo è un grande lavoro che bisogna continuare a sostenere.”

Ma basta andare nelle scuole, basta parlare con le nuove generazioni se poi gran parte del mondo della comunicazione – fatta salva qualche positiva eccezione – tende a marginalizzare certe notizie che riguardano fenomeni di carattere mafioso? Quanto e come il giornalismo deve riformarsi?

“Sono assolutamente d’accordo, il ruolo dell’informazione è determinante. E salvo rare eccezioni abbiamo un tipo di informazione asservita ad un sistema di potere, che presuppone la cancellazione di determinate notizie o lo stravolgimento di altre. C’è l’esempio del caso Consip, dove tutto viene ridimensionato, strumentalizzato per colpire la stampa libera e proteggere un sistema politico che invece è corrotto alle sue fondamenta. Serve invece un vero giornalismo con un concetto etico, come diceva Pippo Fava, un giornalismo capace di contribuire al cambiamento della società e della storia. Questo purtroppo cammina sulle gambe di sconosciuti cronisti di provincia che non sono sotto i riflettori e che però danno lustro alla nostra professione. Bisogna continuare a lottare per dare onore ai colleghi che hanno pagato con la vita, serve uno spirito di servizio per la società.”

Anche per chi oggi è costretto a muoversi con la scorta. E non parlo di grandi nomi ma di umili colleghi che fanno soltanto il loro mestiere.

“Anche loro, certo, che sono molto più ignorati ma che vivono un vero e proprio inferno. È un sintomo grave di come sta l’informazione in questo periodo storico.”

Parliamo di voi, di AntimafiaDuemila, ma non solo dell’eccellente attività giornalista che vi viene riconosciuta. Mi riferisco agli incontri nelle scuole, agli appelli nei confronti dell’opinione pubblice con i quali cercate continuamente di sensibilizzare l’opinione pubblica. E qui arriviamo al caso della morte di Attilio Manca.

“Lo riassumo sempre come un mistero tipicamente italiano, dove la scena del delitto viene falsata, dove un omicidio viene camuffato da suicidio, dove spariscono tabulati telefonici, dove una Procura decide di investigare a senso unico sul versante suicidio e non vuole aprirsi a tutte le evidenze emerse.”

Ma chi era Attilio Manca?

“Un giovane urologo che nel 2004, a 34 anni, viene trovato morto nel suo appartamento di Viterbo con due iniezioni sul braccio sinistro quando lui è un mancino puro e soprattutto non è un tossicodipendente in vena di suicidio. Dal quel momento si verificano tutte le coincidenze tipiche dei misteri italiani. All’improvviso gli ex amici di Attilio si svegliano e dicono che lui era un tossico anomalo, capace di controllare gli istinti improvvisi, poi di drogarsi di impulso. Manca era uno dei massimi luminari del momento e tutti i colleghi che lavoravano con lui per tante ore al giorno, facendo turni massacranti, mai hanno visto un segno di un’iniezione; tutti hanno detto che era lucidissimo, capace di reggere ritmi pazzeschi, senza mai dare segni di squilibrio o crisi… ecco, le loro testimonianze vengono ignorate, mentre vengono prese in considerazione quelle di questi ex amici di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, di dove Manca era originario; guarda caso ex amici collegati ad ambiti mafiosi, massonici e di servizi segreti deviati.”

Una triangolazione tipica dei misteri italiani.

“Però quando arrivano 4 collaboratori di giustizia, tutti importantissimi, e buttano in mezzo massoneria e servizi, queste dichiarazioni vengono ignorante dalla Procura che continua imperterrita a seguire la pista del suicidio. Si tratta di collaboratori che hanno testimoniato come la morte di Manca sia stata una morte di mafia. C’è stato Carmelo D’Amico, che ha squarciato il velo, o Giuseppe Campo che ha addirittura dichiarato di essere stato incaricato lui stesso nel dicembre 2003 di uccidere Manca, salvo essere ricontattato nel febbraio 2004 perché non serviva più e perché era stato già eliminato ‘questo medico a Viterbo’. E tra i 3 killer, secondo lo stesso pentito Campo, ci sarebbe anche il cugino Ugo Manca, personaggio particolare perché condannato per droga, vicino ad ambienti di mafia e servizi, assolto in secondo grado ma con rapporti di polizia che lo hanno indicato vicino a personaggi come Rosario Pio Cattafi, una sorta di anello tra mafia, massoneria e servizi.”

E tutte queste testimonianze sono confluite in un fascicolo a Roma.

“Lì è stata aperta un’indagine per omicidio volontario e qui sta la schizofrenia tutta italiana: da una parte una Procura chiude un caso, un processo si è concluso, con una donna è stata condannata per aver dato dosi di eroina, mentre a Roma il caso è aperto e c’è questa ipotesi sulla quale si sta investigando, anche se è passato più di un anno da quando è iniziata e non se ne sa nulla.”

Da qui la petizione contro l’archiviazione del caso Manca.

“In poco meno di tre settimane ha raccolto più di 30.000 firme con nomi prestigiosi come Don Ciotti, Salvatore Borsellino, cantanti, attori, esponenti della politica e dell’associazionismo, tutti insieme per chiedere alla Procura di Roma di non archiviare il caso di Attilio Manca. Quindi, noi come AntimafiaDuemila stiamo facendoci promotori di questa petizione.”

Siamo partiti da Capaci e siamo arrivati a Manca. L’Italia, nonostante tutto, resta il Paese dei misteri e dell’omertà.

“Paradossalmente il caso Manca si interseca nella trattativa tra Stato e Mafia, visto che una delle ipotesi investigative è che Manca abbia riconosciuto Provenzano per averlo curato prima e dopo l’operazione che lui ha fatto in Francia. E la latitanza quarantennale di Provenzano sarebbe uno dei patti di questa trattativa. Quindi, Attilio sarebbe stato ucciso non soltanto perché avrebbe riconosciuto Provenzano, un vecchietto che gli era stato presentato con tutt’altro nome, ma perché aveva riconosciuto la rete istituzionale che stava proteggendo Provenzano: andava eliminato in quanto testimone scomodo.”

E questo cosa fa capire?

“Che siamo un Paese di misteri, dopo 30-40 anni non si sa ancora di tante cose accadute. Pensiamo al caso Moro, con ancora una commissione che sta investigando e dettagli che continuano ad uscire fuori. La speranza è che il caso di Attilio non si archivi, altrimenti dovranno passare altri decenni per conoscere la verità su questa morte. Ma se l’opinione pubblica non fa sentire forte la sua pretesa di verità, rischiamo che questi misteri si protraggono nel tempo. E questo significa condannare questo Paese a vivere sotto il ricatto politico mafioso.”


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