Tris Meccanica, PF Stampi e Idropompe di Fermo, Decam di Porto San Giorgio, Santoni di Montegiorgio, Cmm di Campofilone e Clm di Ripatransone. Sono le 7 aziende che ospiteranno i 9 rifugiati che hanno preso parte al corso di formazione tenutosi all’interno dell’Ipsia “Ostilio Ricci”.
Cinque le persone provenienti dal Pakistan, 3 dalla Somalia e 1 dal Mali, inseriti nei progetti Sai (Sistema Accoglienza e Integrazione) di Servigliano, Magliano di Tenna, Porto Sant’Elpidio e Fermo che hanno preso parte all’attività formativa organizzata dalla cooperativa Nuova Ricerca – Agenzia Res e progettata da Massimo Rossi, ex docente dell’istituto fermano.
«Prima di tutto va ringraziata la scuola – rimarca Rossi – che per la terza volta ci ha messo a disposizione i laboratori e ha dimostrato una grande apertura a questa iniziativa, assicurando anche un’assistenza tecnica».
Due mesi di attività, durante i quali i ragazzi hanno fatto preliminarmente un corso di lingua (che alcuni di loro stanno completando) e sviluppato poi un percorso formativo sia studiando gli elementi minimi teorici (disegno meccanico, uso degli strumenti di misura, metrologia ed altro) che attraversando le varie lavorazioni della metalmeccanica (dall’aggiustaggio alla tornitura, dalla fresatura alla saldatura). «In questo modo hanno maturato una preparazione di base concentrata e limitata, perché i settori della metalmeccanica nel nostro territorio sono variegati: si va da chi fa gli stampi per i fondi delle calzature a chi produce oggetti saldati, fino a chi invece realizza particolari torniti di precisione; c’è anche chi lavora con macchine automatiche e chi con macchine tradizionali. Ritenevamo, quindi, che fosse sbagliato sviluppare un unico settore o andare avanti su tutto. Tutti loro hanno dimostrato capacità, dedizione, interesse e una voglia smisurata di apprendere, hanno assorbito tantissimo in due soli mesi, mostrando una vera passione per il settore».
Grazie a Nuova Ricerca – Agenzia Res, i partecipanti hanno potuto prima frequentare un corso per rischio alto di 4+12 ore, acquisendo sia aspetti formativi teorici che pratici che in azienda potranno permettere loro di muoversi in sicurezza. «Adesso spetta alle imprese completare la formazione» aggiunge il professor Rossi.
I ragazzi, infatti, inizieranno un tirocinio suddiviso in due parti. «La prima l’abbiamo chiamata stage perché in realtà completa la formazione. L’azienda si impegna non solo a mettere il singolo ragazzo al fianco di un tutor, facendolo piano piano entrare in produzione, ma nella prima fase dei primi 2 mesi a farsi carico di indirizzare nel settore specifico la sua formazione, dopodiché verrà effettuata una verifica. Laddove il processo di formazione risultasse positivo, si avvierebbe una ulteriore fase di 2 mesi in cui l’azienda concorrerebbe all’indennità (nella prima fase se ne fa carico il progetto) per dare loro anche la possibilità di acquisire un’autonomia».
E se alla fine di questo periodo il percorso dovesse andare avanti, è facile immaginare un inserimento in azienda. «Le imprese – conclude – si sono dimostrate molto collaborative e pur essendo questi ragazzi ad un livello di base, ritengono che si possa avviare questo processo. Di conseguenza, abbiamo fatto gli abbinamenti in base a profilo e attitudine».
«Sappiamo che nell’universo della popolazione migrante – aggiunge Alessandro Fulimeni, responsabile per i progetti Sai – la categoria del richiedente e titolare protezione internazionale è da sempre, dati alla mano, quella più vulnerabile e esposta alla marginalità sociale. Per questo le attività legate all’accoglienza non possono che essere fortemente intrecciate a politiche rigorose di inserimento lavorativo e socio-economico».
L’intervento delle progettualità Sai (ex Sprar), spiega, si dispone su un duplice livello. «Da una parte offrire un servizio integrato territoriale, dove si faccia informativa, orientamento, mappatura dei servizi territoriali, matching tra aziende e lavoratori, che consentano di attivare laboratori e corsi di formazione professionali. Dall’altra strutturare una ricerca/azione in grado di leggere le esigenze del mercato e di mappare le aziende e i loro bisogni, vecchi e nuovi, cosi come le problematiche esistenti, cercando di coinvolgere sempre più il territorio, i suoi servizi, le potenzialità che possono essere attivate per generare opportunità e sviluppo. In questo caso la rete tra Ipsia, Sai, aziende del territorio e docenti di grande esperienza e passione, come Massimo Rossi, conferma un percorso in grado di delineare con efficacia una ravvicinata autonomia reale dei ragazzi ospiti nei progetti e la definitiva emancipazione dall’accoglienza.
Il lavoro, con il suo portato insieme simbolico e materiale, definisce i tratti decisivi per l’integrazione del richiedente asilo e rifugiato e al contempo innesca dinamiche positive sia a livello individuale che di comunità».
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