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Stato-Mafia, appalti e gli attentati a Falcone e Borsellino. Mori: «I nemici ci hanno rovinati». De Donno: «Chiediamo totale verità» (Videointervista)

L'INTERVISTA a Zoom al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno, imputati nel processo per la trattativa Stato-Mafia, poi assolti in Cassazione: «In quel momento dialogare con Cosa Nostra era l'unica strada per fermare le stragi. Attentato a Borsellino? Avvenuto per il dossier Mafia-Appalti»
Il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno

Da sx Giuseppe De Donno e Mario Mori

 

di Alessandro Luzi

Hanno spaccato l’opinione pubblica, sono stati almeno per quasi due decenni sotto i riflettori delle cronache giudiziarie nazionali. Quando si parla delle indagini su Cosa nostra, di trattativa Stato-mafia, delle inchieste sugli attentati ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il loro nome è sempre sotto i riflettori: ieri ospiti a Zoom, il programma di Cronache Fermane su Radio Fm1, il generale Mario Mori, ex comandante del Ros ed ex direttore del Sisde, ed il colonnello Giuseppe De Donno. Entrambi sono stati imputati nel processo sulla trattativa Stato-Mafia e poi assolti in Corte di Cassazione con la formula ‘per non aver commesso il fatto’. Ma a Mori e De Donno l’assoluzione non basta. In una recente intervista a La7 il generale aveva confessato di “voler vedere morire i suoi nemici”. «Ci hanno rovinato la vita e fino ad oggi nessuno si è scusato. Ho diritto di pretendere qualche cosa da loro». «La Procura di Caltanissetta sta ancora indagando – ha fatto eco De Donno -. Speriamo ci sia ancora qualche opportunità di segnare un punto fermo su alcune vicende. Sarebbe molto importante per la nostra dignità». Entrambi hanno poi confermato che, tornando indietro nel tempo, rifarebbero tutto nelle stesse modalità ma con una postilla aggiunta da De Donno: «Porterei con me un registratore. In quegli anni pensavo di confrontarmi con gente che stava dalla mia stessa parte invece alcuni uomini dello Stato addirittura hanno negato di aver parlato con me. Siamo arrivati anche a questo».

Certo è che la sentenza della Corte di Cassazione sulla trattativa Stato-Mafia ha diviso l’opinione pubblica. «Se non crediamo alla verità processuale allora di cosa parliamo? Non possiamo discutere sul sesso degli angeli» afferma il generale. «C’è chi addirittura – racconta De Donno – va in giro in tv e nelle scuole a sostenere la tesi che la Corte di Cassazione non ha volutamente valutato le prove della nostra colpevolezza ed ha emesso una sentenza politica per ordine dello Stato perché il Paese non era pronto a conoscere la verità sui rapporti Stato-mafia. Con ciò significherebbe che, secondo chi sostiene questa tesi, i giudici della Corte di Cassazione avrebbero commesso una serie infinita di reati. Se così fosse, perché non si apre un’inchiesta?».

Il generale Mario Mori

Al netto del dibattito sulla sentenza emessa dalla Cassazione, il dato appurato è che Mori e De Donno hanno dialogato con Cosa Nostra tramite la figura di Vito Ciancimino. Secondo il generale «le sentenze sono pietre tombali. Io e De Donno abbiamo fatto attività di polizia giudiziaria volta a cercare di inserirci dal punto di vista investigativo nelle attività di Cosa Nostra con l’obiettivo di debellarla. Il contatto con loro non è iniziato in un momento tranquillo ma dopo la morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». Perché avviare questo percorso con Ciancimino? «Ci rendemmo conto che i nostri metodi erano insufficienti. A quel punto feci due scelte. In primis al capitano De Donno, su sua proposta, consentii di andare a contattare Ciancimino. Non avevamo più bisogno di interrogare il piccolo delinquente di paese ma dovevamo rivolgerci a qualcuno che conoscesse bene gli ambienti corleonesi, in quel momento dominanti. In seguito scelsi l’operativo migliore sul terreno, il capitano Ultimo e gli affidai l’incarico di raggruppare venti uomini e fare vita da latitante a Palermo per cercare i boss, in particolare Salvatore Riina. Dopo l’attentato a Borsellino mi recai a palazzo Chigi per parlare col segretario generale della presidenza del consiglio e spiegai all’allora premier Giuliano Amato cosa stavamo facendo, tra cui anche il tentativo con Ciancimino». Ma accanto a questa, non c’erano altre strade percorribili per contrastare Cosa Nostra e fermare la stagione delle stragi? «No, non c’erano – è categorico Mori -. I nostri detrattori non ce ne hanno indicata nessuna. È troppo facile giudicare dalla sedia. Noi abbiamo fatto il massimo. Nel ’92 stabilire un dialogo con Ciancimino non era facile. Molti avevano paura». «Poi il 19 dicembre del 1992 venne arrestato – puntualizza De Donno -. A gennaio chiedemmo al nuovo procuratore della Repubblica, Gian Carlo Caselli, l’autorizzazione a ristabilire il contatto con lui e ci fu concessa. In quel periodo non ci venne contestato nulla».

Il colonnello Giuseppe De Donno

I nodi da sciogliere sugli attentati a Falcone e Borsellino sono ancora tanti e le ricostruzioni hanno delle zone d’ombra evidenti. In primis i dubbi riguardano il movente: Borsellino fu ucciso per il dossier Mafia-Appalti o, come sostengono suo fratello Salvatore e il Movimento delle Agende Rosse, fu fermato perché stava inseguendo la ‘pista nera’ dietro all’attentato al suo collega Giovanni Falcone? «Noi non abbiamo mai detto che il magistrato sia morto per le indagini sul dossier Mafia-Appalti – affermano Mori e De Donno -. A sostenerlo è la Corte d’Assise di Caltanissetta. Allora, una volta assolti, abbiamo pubblicato il nostro libro proprio su questo tema e fino ad oggi non ci è stata contestata una virgola».

Però la storia narra che Borsellino non arrivò mai alla Corte d’Assise di Caltanissetta a riferire i risultati delle sue indagini sulla strage di Capaci del 23 maggio 1992.  Il suo operato si è interrotto in quel maledetto 19 luglio del 1992, in via D’Amelio. «Nel giugno del ’92, Borsellino chiese di incontrarci in caserma e di questo c’è riscontro nelle dichiarazioni dei magistrati – raccontano il generale e il colonnello -. In quell’occasione ci invitò a riprendere l’indagine sul dossier Mafia-Appalti perché riteneva che questa fosse una delle tematiche principali per attaccare Cosa Nostra e capire i motivi della strage di Capaci. A luglio interrogò Antonio Madonia. Poi sentì anche Raffaele Cutolo. Era chiaro che stesse consolidando un’inchiesta col fine di riferire le prove a Caltanissetta». Poi il noto mistero dell’agenda rossa, ‘sparita nel nulla’ durante l’attentato del 19 luglio. A detta di Mori e De Donno «cosa ci fosse scritto in quelle pagine non l’ha mai saputo nessuno, nemmeno la moglie Agnese. Le ipotesi dietro questa vicenda sono due: una racconta che l’abbiamo trafugata noi perché il giudice stava seguendo un’indagine sulla trattativa Stato-Mafia. Questa storia è stata smontata. Un’altra si riferisce all’ex capitano del nucleo operativo di Palermo, Giovanni Arcangioli. Dalle ultime indagini della procura Caltanissetta emerge che il suo comportamento è corretto perché recupera la borsa nella macchina di Borsellino, va dal magistrato Giuseppe Ayala e consegna la borsa alla squadra mobile. Quindi l’agenda sarebbe finita nelle mani del capo, Arnaldo La Barbera. Perciò o è sparita a loro o, secondo la testimonianza del magistrato Salvatore Pilato (in servizio il 19 luglio del 1992), è stata trafugata dentro gli uffici della Procura in quanto sostiene di averla vista repertata».

La domanda delle domande: Borsellino è stato ucciso soltanto per mano dei corleonesi o ci sono dei mandanti esterni? «Sul fatto che l’esecuzione materiale sia di Cosa Nostra non ci piove – puntualizza Mori -. Riguardo l’eventuale mandante, bisogna conoscere la realtà mafiosa. I boss si muovono anche su voci e notizie esterne al mondo mafioso». «Ciancimino ha detto che molti omicidi sono stati compiuti a Palermo ma sono stati decisi a Roma – aggiunge De Donno -. Ciò non significa che sono arrivati dei messaggi diretti a Cosa Nostra ma un certo modo di agire e di parlare lascia capire ai mafiosi che un determinato magistrato va ucciso. Secondo le testimonianze rilasciate da Ciancimino c’è una rete d’ombra che addirittura riesce a condizionare Cosa Nostra».

Il 15 gennaio del 1993 viene arrestato uno dei boss più feroci di Cosa Nostra, Salvatore Riina. Troppo tardi? Perché non si è riusciti a catturare anche Bernardo Provenzano prima del 2006? «Al cittadino comune può sembrare che ci siano dei ritardi – spiega De Donno – ma serve stare sul campo per capire come funzionano quegli ambienti. Solo per pianificare e organizzare il posizionamento di una telecamera dentro la casa dei famigliari di un boss servono mesi».

Perché allora sono trascorsi 18 giorni prima della perquisizione del covo di Riina? Addirittura in quel lasso di tempo le pareti sono state ritinteggiate. «In realtà non abbiamo trovato il covo dove il mafioso trascorse la latitanza ma la casa in cui abitava la sua famiglia – replica il colonnello -. Nelle abitazioni dei propri cari i boss di solito non tengono nulla per non metterli in pericolo. Nella casa di Riina abbiamo sequestrato una busta di plastica piena di bigliettini, sono stati la base dell’arresto di decine di persone». E la storia del ‘papello’ sui cui il boss dei corleonesi avrebbe stilato le richieste da presentare al governo? «Non è mai esistito – affermano Mori e De Donno -. Era un documento falso prodotto con software per il montaggio fotografico».

La stagione delle stragi al momento è terminata. Può riprendere? Che forme ha assunto la Mafia dopo i tremendi anni ’80 e ’90? «Oggi è molto diversa da quando ho iniziato a fare il carabiniere – racconta il generale -. Ciancimino parlava di mafie proprio per la sua natura multiforme. Quella che uccide è in una fase di declino irreversibile. Viceversa, la mafia dei colletti bianchi è ancora viva e si è estesa sul territorio nazionale. Questa è una tipologia più subdola e anche, per alcuni versi, più pericolosa rispetto alla tipologia precedente».


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