di Maurizio Petrocchi *
Nel cinquantacinquesimo anniversario della strage di Piazza Fontana, la riflessione storica si confronta con un evento che rappresenta non solo una tragedia nazionale, ma un paradigma interpretativo fondamentale per comprendere le dinamiche profonde della storia repubblicana italiana. Quel 12 dicembre 1969, quando alle 16:30 un’esplosione devastante squarciò il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura causando 17 morti e circa cento feriti, si manifestò una frattura destinata a segnare irreversibilmente il tessuto democratico del paese. L’analisi storica rivela come la strage si inserisca in un contesto più ampio di tensioni sociali e politiche del 1969, un anno che aveva visto la saldatura tra contestazione studentesca e proteste operaie per il rinnovo dei contratti. È in questo clima che matura, negli ambienti dell’estrema destra e in alcuni settori anticomunisti, la percezione della fase come «un episodio di guerra», interpretato come preludio all’attacco finale del comunismo per la presa del potere. La complessità dell’evento emerge con particolare evidenza dall’esame delle successive fasi processuali, caratterizzate da un intricato percorso giudiziario che ha attraversato da molteplici istruttorie e diversi gradi di giudizio.
La vicenda processuale rivela non solo le difficoltà nell’accertamento della verità, ma anche l’emergere di quello che potremmo definire un «doppio livello» della storia: da un lato la verità processuale, con le sue necessarie garanzie e i suoi limiti procedurali, dall’altro una verità storica che, paradossalmente, appare più nitida proprio nelle pieghe delle sentenze definitive. La Strategia della tensione, di cui Piazza Fontana rappresenta l’inaugurazione formale, si configura non tanto come tentativo di colpo di Stato di marca fascista, quanto piuttosto come quella che Ventrone definisce una «strategia della paura»: destabilizzare per stabilizzare, creare il massimo disordine per ristabilire l’ordine. L’obiettivo non era abbattere le istituzioni democratiche ma, paradossalmente, rafforzarle attraverso una complessa operazione che mirava a screditare e isolare politicamente la sinistra. Un momento cruciale in questa dinamica è rappresentato dalla pubblicazione del libro «La strage di Stato» nel 1970, che introduce nel dibattito pubblico concetti come «potere invisibile», «poteri occulti», «Stato nello Stato». Questi termini non solo entrano stabilmente nel lessico politico-giornalistico, ma contribuiscono a costruire una nuova chiave interpretativa della storia repubblicana. Il protrarsi dei processi e la loro frammentazione geografica – da Milano a Catanzaro – hanno contribuito non solo a rendere più difficile l’accertamento della verità, ma anche a costruire quella che potremmo definire una «pedagogia del sospetto»: un’erosione progressiva della fiducia nelle istituzioni che si traduce in una richiesta di supplenza alla magistratura, chiamata a svolgere un ruolo che trascende la sua funzione giurisdizionale. A cinquantacinque anni di distanza, Piazza Fontana rimane un evento centrale per comprendere le dinamiche profonde della storia repubblicana. La strage ha inaugurato quella che possiamo definire una «schizofrenia istituzionale»: da un lato la richiesta di un intervento più incisivo dello Stato per garantire l’ordine, dall’altro la crescente sfiducia nelle istituzioni stesse, una contraddizione che segnerà profondamente la storia successiva della Repubblica. La lezione che emerge da questa vicenda è varia: da un lato, l’importanza di mantenere viva la memoria storica come strumento di comprensione del presente; dall’altro, la necessità di una costante vigilanza democratica, particolarmente cruciale in momenti di crisi sociale e politica come quello attuale. Solo attraverso questa consapevolezza critica possiamo sperare di onorare veramente la memoria delle vittime e costruire un futuro democratico più solido.
* docente di storia del giornalismo e media digitali all’università di Macerata, storico ed esperto in conflitti, violenza, politica e terrorismo
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