di Matteo Achilli
A 48 ore dall’inaugurazione del nuovo ospedale di Amandola, i sindacati tornano a protestare per la carenza di personale per l’Ast fermana. Le varie sigle sindacali e di categoria, rappresentate oggi da Stefano Naclerio (Rsu Fp Cgil), Gianluca De Paolis (Segretario territoriale NurSind), Meri Vecchi (segretario amministrativo nursind rus), Michael Egidi (Cgil Fermo), Giuseppe Donati (Cisl Fp Marche coordinatore pro tempore Rsu), Anna Donataccio (Nursing Up), Natasha Campanella (Rsu Cisl) e Marco Monaldi (Rsu Cisl), sono quindi tornate ad alzare la voce e chiedere «investimenti per il personale sanitario e chiarezza su quello che sarà il destino di infermieri ed oss in vista anche del nuovo ospedale di Campiglione». Assente la Uil.
«A distanza di un anno e mezzo dall’ultima volta – il punto di Donati – torniamo a denunciare la carenza di organico nell’Ast fermana, che resta la più penalizzata a livello di organico e budget a disposizione, rispetto alle altre della regione. L’unica notizia positiva che possiamo dare, è che l’Ast dopo le nostre pressioni ha rinnovato il contratto in scadenza a 70 operatori. I numeri però sono ancora carenti, con un solo infermiere ogni 267 residenti. Un rapporto troppo alto, che implica problemi anche nella qualità del servizio. A questo si somma l’impossibilità di permettersi ferie e permessi. L’ospedale di Fermo è già sotto organico e se il budget per l’Ast continuerà ad essere questo, come si pensa di aprire un nuovo ospedale tra pochi giorni? Oltre ad infermieri ed Oss, mancano anche tecnici di laboratorio, il paradosso è che l’Ast fermana da mesi ha ricevuto l’incarico dal Dipartimento Salute di organizzare e gestire il concorso unificato per aziende del Ssr di Tecnico Sanitario di Laboratorio, ma inspiegabilmente non provvede ad avviare le procedure. Questo implica problemi anche per le altre Ast della regione, che da quella graduatoria avrebbero potuto pescare per eventuali assunzioni – dichiara Giuseppe Donati – rabbrividiamo al pensiero di dover aprire due nuovi ospedali nel giro di pochi mesi con questa carenza di personale. L’ospedale di Amandola rappresenta una grande vittoria per il nostro territorio, soprattutto quello montano. Una struttura che potrà servire tre province, ma al momento non sappiamo quali servizi vi verranno inseriti, ne quale sia la road map di quelli che verranno attivati. Non lo sappiamo dall’Ast, nonostante sia stata sollecitata più volte dalle organizzazioni sindacali per avviare un confronto sull’organizzazione, quantificazione e reclutamento del personale destinato al nuovo ospedale amandolese. Nell’attuale struttura di Amandola lavorano 32 infermieri, 4 tecnici di radiologia, 1 oss, 2 tecnici della prevenzione e 2 operatori tecnici. Dalle nostre stime, per avviare il pronto soccorso, i servizi ed avere i reparti a pieno regime, servirebbero almeno 30 nuovi infermieri e 20 Oss, oltre a stabilizzare i 4 tecnici di laboratorio. A questi andrebbero aggiunti 2 cuochi per la cucina interna e 4 portieri. Risultano quindi insufficienti rispetto alle preannunciate assunzioni di 10 infermieri e 6 oss, dichiarate alla stampa dagli organi competenti. Vorremmo che quello di Amandola sia un ospedale che funzioni, con un fabbisogno congruo di personale, senza che si vada ad intaccare il personale attualmente presente a Fermo, che è già sottodimensionato».
A fargli eco è Michael Egidi della Cgil: «Chiediamo risorse adeguate, per quella che non vogliamo diventi una cattedrale nel deserto. A due giorni dall’apertura non abbiamo ricevuto ancora i dati richiesti all’Ast su assunzioni e personale, è una situazione strana. A causa anche della carenza di personale, oggi abbiamo una lista attesa di 434 pazienti per quanto riguarda la chirurgia di Fermo. Questo comporta che molti pazienti scelgono di operarsi altrove, alcuni dai privati, altri invece di non operarsi proprio visto anche il costo della vita attuale, rischiando così di peggiorare la propria situazione clinica. Chiediamo con forza una perequazione delle risorse e un confronto reale con l’Ast di Fermo»
Se fino a pochi anni fa quella dell’infermiere era una tra le professioni più ambite, ora il lavoro in corsia, su scala nazionale, sembra aver perso decisamente appeal. A confermarlo sono le molte dimissioni registrare negli ultimi anni, oltre alle iscrizioni in calo nei corsi di laurea. Tra l’altro molto spesso i giovani laureati preferiscono scappare all’estero dove stipendi e qualità della vita sono nettamente superiori.
«Purtroppo negli ultimi anni stiamo registrando un numero sempre più elevato di dimissioni e anche chi va in pensione non viene rimpiazzato. Attualmente gli infermieri italiani guadagnano 10mila euro in meno della media europea. Non è però solo il guadagno il problema, attualmente gli infermieri fanno turni molto lunghi a causa della carenza di personale, capita spesso di dover rinunciare al giorno libero, alle ferie e tutto ciò provoca stress e problemi anche a livello familiare. Anche fare i corsi di aggiornamento obbligatori diventa impossibile e questo ricade poi sulla professionalità degli operatori e dunque del servizio offerto. Inoltre ci sono le responsabilità, sempre più pesanti così come il clima che si respira in ospedale, solo pochi giorni fa c’è stata l’ultima denuncia per un aggressione avvenuta all’ospedale di Montegiorgio verso un sanitario. Come se non bastasse nella grande maggioranza dei casi i contratti nel servizio pubblico sono a tempo determinato e dunque poco appetibili per chi magari lavora nel privato con un contratto indeterminato. Insomma la situazione non è delle più rosee e servono investimenti e cambiamenti importanti».
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