di Giuseppe Fedeli *
È ora di farla finita con la retorica dei buoni sentimenti. Carte patinate, programmi al top, Italie in diretta, report improbabili, che commentano, ciascuno mettendoci del suo, i fatti più efferati che accadono pressoché quotidianamente. Il focus di oggi è sulla vicenda, in cui è sfociata la decisione, da parte di una mamma, di porre fine alla propria vita. E non solo alla sua. Catanzaro, 22 aprile. La donna muore cadendo dal terzo piano d’uno stabile dell’immediata periferia cittadina, assieme ai tre figli. Così narrano le prime ricostruzioni. È probabile che la donna abbia prima lasciato cadere i piccoli, per poi scavalcare la balaustra, lanciandosi nel vuoto. Sì, la madre si è gettata di sotto insieme ai suoi tre figli. Una sola è scampata allo scempio, ma è in gravissima condizioni. Resterà per sempre un mistero la ragione per cui ha compiuto questo gesto. Ma, chi ogni giorno fa i conti con la disperazione, può leggere tra le righe di un gesto, che si sarebbe tentati di liquidare subito come dettato da insania mentale. In realtà, sempre col beneficio del dubbio, non è così. E, comunque, non sempre.
Nel caso che ci occupa, può esserci stato il deragliamento dai binari della lucidità: la situazione era critica, sì da impattare violentemente a livello psicologico. Un “momento”, in cui la donna non ce l’ha fatta più, e ha deciso per il gesto estremo, la morte volontaria sua: morte che, prima (anche questo si desume dalle ricostruzioni) ha dato, in nome di una una pietà paradossale, ai due maschietti, uno di quattro anni, l’altro di quattro mesi. Ora, se si esclude l’ipotesi della improvvisa follia, atti simili sottendono a una logica, di una asciuttezza, che spiazza anche chi attui il piano premeditatamente. Il motivo (meglio, la concausa) di gesti definitivi, è verosimile si debba al fatto che lo sforzo da profondere in una situazione, ad altissima tensione, non rientra nell’orizzonte delle “possibilità” umane. E il gesto ultimo lo pone in atto chi non trova nessun aiuto, e non ha alcun sussidio: aiuto da parte di coloro (vicini, amici, parenti: ma stendiamo un velo pietoso su questi ultimi), che avrebbero dovuto accorgersi della condizione in cui si trovava la povera donna; sussidio, da parte dello Stato, che si dimentica volutamente di chi è alle corde. È così la mamma, immagino, ha pensato che togliere da questo mondo immondo la sua vita e quella dei figli fosse l’unica soluzione a un naufragio alle porte, se non già avvenuto. Non critichiamo il gesto di questa madre, eliminiamo il troppo e il vano. Chi dovesse mai leggere questo mio intervento, ammesso che esso possa avere una risonanza nazionale, invece di correre dietro a chimere e chiacchiere da bar, deve soltanto mettersi una mano sulla coscienza: incominci a pensare seriamente alla problematicissima dimensione del sociale, ad aiutare persone che non ce la fanno a tirare avanti fino alla fine del mese; a dare un supporto psicologico, e materiale, a chi, da solo, non può uscire indenne da una situazione psicologico/materiale, che lo trascende. Una fatica di Sisifo, quella che si è sobbarcata la donna, che ha scelto di congedarsi da questo palco grigio e desolato: una fatica bensì ripagata dal calore della famiglia, ma che via via è diventata una prova di resistenza umana, cui resisti non potest, dicevano i Romani. Che Dio stringa tra le sue braccia queste povere, disgraziate esistenze.
Ps
“Siamo chiamati a custodire chi soffre, a riconoscere il dolore nascosto che abita tante vite e a costruire comunità capaci di ascolto, vicinanza e amore» ( queste le parole dell’arcivescovo metropolita di Catanzaro Squillace, Claudio Maniago).
* giudice
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