Il Fermano tra le province con la più alta percentuale di lavoratori over 50. A rischio la tenuta di piccole e micro imprese

LAVORO - Gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2024 e confermano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l'inverno demografico produce effetti non solo sulla popolazione e sulla sua consistenza ma anche sull'economia ed il mondo del lavoro. Effetti immediati, peraltro, ci dice l'ufficio studi della Cgia di Mestre che ha preso a campione le province italiane e gli addetti impiegati nel settore privato, con esclusione del comparto agricoltura.

Un calzolaio all’opera (foto da Micam)

di Sandro Renzi 

Gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2024 e confermano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che l’inverno demografico produce effetti non solo sulla popolazione e sulla sua consistenza ma anche sull’economia ed il mondo del lavoro. Effetti immediati, peraltro, ci dice l’ufficio studi della Cgia di Mestre che ha preso a campione le province italiane e gli addetti impiegati nel settore privato, con esclusione del comparto agricoltura. Il quadro che emerge, sostanzialmente ratificato dai dati Istat sull’occupazione, racconta di territori nei quali l’età media dei lavoratori ha sfiorato i 42 anni, con un incremento di quattro anni rispetto al 2008. Oggi, un dipendente su tre ha superato la soglia dei cinquant’anni. Ad invecchiare dunque è la popolazione nel suo complesso, lavoratori compresi, con le conseguenze del caso per il nostro sistema produttivo che sconta anche la fuga di cervelli e dei giovani alla ricerca di occupazione fuori dal Paese. Un altro dato: sono cresciute soprattutto le coorti più anziane: gli over 50, in particolare, con un aumento del 154,5% tra i 55 e i 59 anni e addirittura del 372% tra i 60 e i 64 anni.

I DATI PROVINCIALI

Sul piano territoriale, le situazioni più critiche si registrano a Potenza, dove l’età media raggiunge i 43,63 anni, seguita da Terni (43,61) e Biella (43,53). Non vanno certo meglio le cose nel Fermano con un’età media che raggiunge i 43,09 anni collocando la provincia al sesto posto, prima delle Marche. Segue Ancona al 21° posto con una età media di 42,55 anni, poi Ascoli Piceno al 38° posto con 42,36 anni, Pesaro-Urbino al 49° posto (42,21) e Macerata al 54° posto (42,05 anni), la più giovane delle cinque province. Le Marche si fermano al 9° posto con una età media di 42,39 anni. Ma qual è la consistenza degli over 50 sulla popolazione attiva? Nella nostra regione si contano (dato 2024) 468.465 lavoratori del settore privato di cui 160.307 con più di 50 anni (34,2%). Percentuale, quest’ultima, che sale se andiamo a guardare il dato provinciale. Nel Fermano gli over 50 sono infatti il 36,4% della forza lavoro, ovvero 16.641 unità su un totale di 45.714 occupati. Nell’anconetano il 34,5%, quindi 51.635 lavoratori; nell’ascolano la percentuale cala al 34,3% (20.849 lavoratori over 50), nel pesarese la percentuale è del 33,8 (40.091 occupati) e nel maceratese gli over 50 sono 31.091 pari al 33,2% del totale.

LE CONSEGUENZE

A subire le conseguenze più pesanti di questo “invecchiamento” della forza lavoro sono soprattutto le piccole e micro imprese. «In Italia in particolare, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali» spiega il centro studi della Cgia di Mestre. Il tessuto produttivo nel Fermano è proprio costituito da piccole e medie imprese, le più esposte, che oltre a perdere gradualmente lavoratori rischiano di perdere anche le competenze che gli anziani spesso portano via con sé. «Aziende con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede a macchia di leopardo, l’automazione viene rinviata, l’integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce. In un’economia sempre più basata su produttività e conoscenza, questo ritardo diventa cumulativo» e questo è un altro effetto da non sottovalutare. I settori ad alta intensità di lavoro sono quelli più in difficoltà: le imprese edili, quelle di facchinaggio, l’autotrasporto, i comparti produttivi che sono obbligati a lavorare anche di notte. Qui sta crescendo l’età media degli addetti e non c’è più un ricambio generazionale. L’invecchiamento delle maestranze incide anche sui costi. Una forza lavoro anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese. E la manodopera straniera non copre le necessità. Ed i giovani? Scelgono sempre di più le grandi aziende. «Non si tratta solo di una questione di salario, ma di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità percepite».


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