Riceviamo da Sonia Capeci, presidente Auser della provincia di Fermo, e pubblichiamo:
«In questi giorni circola sui social una frase che colpisce per la sua verità: gli ottantenni di oggi sono discriminati digitali, costretti a compiere vere e proprie maratone burocratiche online per accedere ai propri diritti. Prenotazioni sanitarie, Spid, fascicoli elettronici, pagamenti digitali, portali che cambiano continuamente: tutto richiede competenze, dispositivi, connessioni, password. E spesso anche una pazienza che molti cittadini anziani, lasciati soli davanti a uno schermo, non possono più permettersi.
Come Auser della provincia di Fermo sentiamo il dovere di denunciare questa situazione come una nuova forma di esclusione sociale nei confronti di una fascia di età che invece meriterebbe più rispetto.
Viviamo in un territorio dove la popolazione anziana rappresenta una componente fondamentale della comunità. Nella provincia di Fermo gli over 65 sono circa il 27% della popolazione, con punte che nei piccoli Comuni dell’entroterra superano addirittura il 30%. Non stiamo parlando di una minoranza marginale, ma di una parte decisiva della nostra società, che oggi rischia di essere progressivamente esclusa dalla piena partecipazione civile.
L’età è un fattore che dovrebbe essere considerato nella valutazione dei rischi sociali, eppure nella società della digitalizzazione forzata sembra che nessuno se ne occupi davvero. Si parla continuamente di innovazione, ma troppo spesso si dimentica che l’innovazione deve servire le persone, non selezionarle. Chi non riesce a stare al passo viene lasciato indietro oppure indirizzato verso servizi a pagamento, come se l’accesso ai diritti potesse dipendere dal reddito o dalla dimestichezza tecnologica.
Non basta dire agli anziani “imparate a usare il computer”. Certamente la formazione digitale è utile, ma non può essere l’unica risposta. A ottant’anni non si può pretendere che ogni cittadino diventi esperto di piattaforme online, autenticazioni, app e procedure telematiche che cambiano continuamente.
Quello che servirebbe davvero sono sportelli gratuiti di supporto e accompagnamento: luoghi vicini alle persone, nei quartieri e nei comuni, dove poter ricevere aiuto concreto per piccole pratiche quotidiane. Fare una prenotazione sanitaria, inviare una segnalazione, cercare un’informazione, compilare un modulo, accedere a un servizio pubblico. Attività semplici per chi è abituato agli strumenti digitali, ma spesso insormontabili per chi vive solo, ha problemi di vista, di memoria o semplicemente non ha mai avuto occasione di familiarizzare con queste tecnologie.
I Comuni possono fare molto, anche senza grandi risorse economiche. Si potrebbero attivare, ad esempio, punti di facilitazione digitale gratuiti nelle biblioteche, nei centri sociali o nelle sedi comunali; sportelli settimanali con volontari e operatori dedicati all’aiuto per prenotazioni sanitarie, pagamento di bollette e accesso ai portali pubblici; numeri telefonici comunali che consentano ancora di parlare con una persona reale e non soltanto con risponditori automatici. Sarebbe utile anche organizzare servizi di accompagnamento per chi deve recarsi negli uffici pubblici o nelle strutture sanitarie, così come creare reti di “vicinato solidale” per monitorare situazioni di fragilità e isolamento.
In molti piccoli centri basterebbe poco: un dipendente comunale disponibile alcune ore alla settimana, una convenzione con le associazioni di volontariato, studenti coinvolti in progetti intergenerazionali, spazi pubblici aperti alla cittadinanza. Interventi semplici ma capaci di restituire dignità e autonomia a tante persone.
Il rischio più grave è che l’esclusione digitale diventi esclusione dalla cittadinanza.
Quando una persona rinuncia a chiedere un servizio perché “non è capace”, quando evita visite o pratiche amministrative perché teme di sbagliare, quando dipende totalmente dalla disponibilità di figli o conoscenti, allora non siamo più davanti a un problema tecnologico ma a una questione democratica e sociale.
A questo si aggiunge un altro tema drammatico: la solitudine. Non solo degli anziani, ma di tutte le persone che vivono sole. La digitalizzazione rischia di trasformare ogni relazione in una procedura impersonale: niente sportelli, niente contatti umani, niente luoghi di incontro. E invece le comunità si tengono vive attraverso le relazioni, gli sguardi, l’aiuto reciproco.
Dovremmo tornare a essere una società dove ci si accorge dell’altro, dove il vicino di casa non è uno sconosciuto, dove la fragilità non viene nascosta dietro uno schermo. Una comunità solidale è quella in cui ognuno vigila sull’altro con attenzione e umanità, senza lasciare nessuno isolato.
Da sempre Auser promuove l’invecchiamento attivo, perché l’età avanzata non deve coincidere con l’emarginazione ma con la possibilità di continuare a partecipare alla vita sociale, culturale e civile della comunità. Gli anziani non sono un peso da gestire né utenti da accompagnare passivamente nella modernità digitale. Per Auser sono memoria, esperienza, partecipazione, presidio umano dei territori. Hanno diritto a restare parte attiva della vita collettiva.
Per questo il nostro auspicio è che i cittadini, al termine della campagna elettorale (caratterizzata da toni accesi che hanno azzerato quel poco interesse per il confronto costruttivo che era rimasto per la vita sociale), costruiscano una vera solidarietà generazionale: giovani e anziani non come mondi separati, ma come risorse reciproche. I ragazzi possono aiutare gli anziani nell’accesso agli strumenti digitali; gli anziani possono trasmettere esperienza, tempo, ascolto e senso di comunità. Solo costruendo relazioni tra generazioni possiamo contrastare davvero la solitudine e ricostruire un tessuto sociale più umano e inclusivo.
Una società giusta non lascia indietro nessuno. E l’accesso ai servizi, ai diritti e alla partecipazione non può diventare un privilegio digitale».
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