di Giuseppe Fedeli *
English is more, english is cool (la patetica tendenza all’anglofonia)!
Da diverso tempo a questa parte è invalsa la moda, non soltanto di parlare in inglese, ma di storpiare i vocaboli della nostra lingua, anglicizzandoli. L’ultimo l’ho sentito in una trasmissione televisiva di cucina, sorrisi e cotillon: “cutterizziamo”, ovverosia tagliuzziamo (nella specie) verdure etc. Ma non ci rendiamo conto che ci rendiamo (l’allitterazione ci sta tutta) ridicoli, davanti non solo ai madre lingua, ma a noi medesimi?
Abbiamo in dotazione un patrimonio -la nostra lingua- che ci viene invidiato da tutti. Opere scritte in lingua italiana, di fronte a cui anche i giganti d’oltralpe strabiliano, tanta è la bellezza, l’intima consonanza, la profondità che esse trasudano. E, allora, perché continuiamo a non usare il bell’idioma?
Nel canto di Adamo (Paradiso, XXVI, vv. 124-126), Dante affronta il mistero dell’origine del linguaggio umano e della sua continua evoluzione: «Ma prima che l’opere fosser fatte/ la mia favella fu corta e muta/ innanzi che ‘l sommo ben da cui io tratte…».
Perché continuiamo a farci irridere, da chi della lingua inglese è il legittimo “titolare”? Fa così chic parlare in inglese? Ci vuole tanto scrivere nei futili insulsi post vacanzieri Sicilia invece di Sicily? Pulzelle, da una parte, che si dimenano a ogni clic (très chic, diciamolo stavolta in francese), e leoni da tastiera/ forzati del “tutto e subito”, rintanati nelle loro comfort zone, che sono convinti che scrivere briefing invece di riunione di lavoro, endorsement invece di approvazione, overthinking invece di rimuginio faccia più figo. Ma andate a rileggervi lo Zibaldone di Leopardi, o qualcosa di Manzoni. Magari qualche scritto di Montanelli, le meravigliose pagine critiche di De Sanctis: e, perché no, Topolino. Certo non sarò io a farvi cambiare idea. Tuttavia, prima o poi vi sentirete deficienti (da deficit, deficere, mancare): qui sotto non ci piove. A meno che il vostro apparato mentale non sia tale, da non capire neppure questo.
Ita est (così è: mi piace dirlo in latino, e ne ho ben donde!).
* giudice
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