Più ambiente e meno pensiero unico ambientalista; più attenzione alle caratteristiche dei Paesi e meno ideologia: «Ambiente, energia, sviluppo e coesione sono quattro fattori che devono muoversi in sincrono e con un approccio pragmatico, per contrastare lo spopolamento e dare un futuro possibile alle aree interne dell’Italia e dell’Europa». È questo il cuore del messaggio condiviso dal Commissario Straordinario al sisma 2016, Guido Castelli in collaborazione con l’Ufficio studi del Senato, in occasione del convegno “Ambiente ed Energia. Ambiente, energia e aree interne: sicurezza nazionale, sviluppo territoriale e innovazione per il futuro dell’Italia”, svoltosi nella Sala Koch di Palazzo Madama. All’appuntamento hanno partecipato, tra gli altri, Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le Politiche di Coesione, Claudio Barbaro, sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, i Capogruppo di Fdi al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, il Co-Presidente del Gruppo Ecr, Nicola Procaccini, il questore della Camera dei deputati Paolo Trancassini, il presidente della Commissione Ambiente della Camera, Mauro Rotelli e l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Daniela Gentile, con la moderazione di Fabio Dragoni, giornalista de “La Verità”.
Castelli non ha mancato di sottolineare una coincidenza temporale: «Il 9 giugno si è chiusa la consultazione pubblica sul ‘Piano Nazionale di Ripristino della Natura’; un programma che, in ossequio ai principi del Green deal, parte dal presupposto ideologico secondo cui l’uomo e tutte le attività umane sono nemiche della natura e dell’ambiente. Esattamente il contrario di tutto quello che è emerso durante la mia personale esperienza di Commissario alla ricostruzione e riparazione del Centro Italia, dopo il sisma del 2016: sono lo spopolamento e l’abbandono dei territori la causa di tanta parte delle criticità ambientali che affliggono il nostro territorio». Dal “Green Deal” dovremmo passare al “Tricolore Deal” ha aggiunto il Commissario Castelli, rivendicando tutta la specificità e le caratteristiche dei Paesi che compongono l’Unione europea: «L’Italia sta cambiando l’Europa – ha aggiunto Castelli – a partire dalle questioni ambientali ed energetiche; innanzitutto, abbiamo introdotto il concetto della neutralità tecnologica, per cui l’Ue pone gli obiettivi senza vincolarsi a procedure o tecnologie definite centralmente a Bruxelles».
L’esperienza condotta in questi anni nella ricostruzione dell’Appennino centrale sta generando una nuova consapevolezza: «Le politiche ambientaliste, anzi il catechismo ambientalismo in voga fino a pochi anni fa al vertice dell’Ue stanno rischiando di minacciare quella preziosa biodiversità che è la ricchezza del nostro Paese, e che solo il presidio umano nel territorio è in condizione di proteggere. Il bosco selvaggio non è una buona cosa per l’ambiente, se non è curato dall’uomo, quindi tagliato quando serve, messo a regime, anche per sfruttare la filiera del legno. In Italia le superfici boscate sono arrivate a 12 milioni di ettari (erano 6 negli anni ’70) e i territori montani non più presidiati dall’uomo e portano con sé rischi geologici, idrici e ambientali».
Nel corso dell’evento, promosso dal Gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia su iniziativa dello stesso Castelli, il Commissario ha illustrato l’esperienza maturata nei territori colpiti dal terremoto del 2016, indicandola come una concreta applicazione della strategia europea “Right to Stay – Your Region, Your Future”, promossa dal Vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto. «Il diritto a restare non è uno slogan ma una responsabilità istituzionale – ha dichiarato Castelli –. Significa creare le condizioni affinché vivere nelle aree interne sia una scelta possibile e competitiva. Per farlo occorrono servizi, infrastrutture, lavoro, innovazione, sicurezza ambientale ed energia accessibile e sostenibile. È la sfida più importante che abbiamo davanti per il futuro delle aree interne italiane. Significa garantire a chi vive nell’Appennino centrale le stesse opportunità di chi risiede nelle grandi aree urbane. L’esperienza maturata nella ricostruzione del sisma 2016 – aggiunge – dimostra che è possibile trasformare una tragedia in un’occasione di rinascita. Abbiamo scelto di non limitarci a riparare i danni provocati dal terremoto, ma di costruire un modello di sviluppo capace di affrontare insieme la crisi sismica, quella climatica e quella demografica. Ambiente ed energia rappresentano due pilastri fondamentali di questa strategia. La transizione ecologica può diventare un fattore di crescita per i territori fragili soltanto se genera valore, occupazione e nuove opportunità per le comunità locali: anche un’impresa economica è una attività di cura dell’ambiente».
Sul fronte squisitamente energetico nel territorio dell’Appennino Centrale il tema energetico non può essere trattata solo come produzione di kilowatt, ma come leva di autonomia, coesione e permanenza: l’efficientamento degli edifici danneggiati dal sisma produrrà risparmi per la produzione di energia che vanno dai 180,9 ai 360 milioni di euro l’anno. «Le Comunità energetiche rinnovabili sono solo un ambito del programma NextAppennino attraverso cui la Struttura Commissariale sta traducendo questa visione in politiche operative – ha concluso Castelli – sul territorio delle quattro regioni dell’Appennino centrale (Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria) operano 421 impianti idroelettrici. Si potrebbero dotare gli impianti idroelettrici dell’Appennino centrale di sistemi di ripompaggio che li trasforma in un grande sistema di accumulo energetico gravitazionale: quando c’è energia elettrica in eccesso, come per esempio quando la produzione da eolico e solare è in eccesso, la usano per pompare acqua verso un bacino più alto; quando serve energia, lascia scendere l’acqua e la riconverte in elettricità. In pratica, l’energia viene “immagazzinata” sotto forma di energia potenziale dell’acqua in quota. Questa reversibilità è il punto chiave: gli impianti, in questo modo, non sono solo generatori, ma anche accumulatori».
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