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APERTURE DOMENICALI,
la non-rivoluzione marchigiana
Città d’arte e centri turistici
fuori dal provvedimento

Salve sarebbero Fermo e Porto San Giorgio che sul commercio, più di altri comuni della provincia, hanno investito tanto negli ultimi anni. Il capoluogo per rilanciare il centro storico, supportando anche economicamente, l'apertura di nuove attività, la città costiera per offrire un'alternativa ad un sofferente comparto turistico che continua a perdere pezzi ed appeal. Fregiarsi dei due titoli significa chiamarsi fuori dal provvedimento che vorrebbe tagliare e di molto le aperture dei negozi
mercoledì 12 Settembre 2018 - Ore 17:39
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di Sandro Renzi

Tirano un sospiro di sollievo i sostenitori delle aperture domenicali, non mollano la presa i contrari. Quale sarà il provvedimento che uscirà fuori dal confronto Di Maio-Salvini e dal Parlamento non è ancora certo. Certo è, invece, che nelle Marche la delibera della Giunta Regionale 1640 del 2011 in tre righe considera tutti i comuni “località turistiche o città d’arte” ai fini di quella che doveva essere l’applicazione dell’imposta di soggiorno nell’ambito del federalismo fiscale municipale. Una scelta che ora torna assai utile nel dibattito che si è aperto in questi giorni sulla opportunità di rivedere le norme che riconoscono una liberalizzazione delle aperture domenicali e festive.

Salve quindi sarebbero Fermo e Porto San Giorgio che sul commercio, più di altri comuni della provincia, hanno investito tanto negli ultimi anni. Il capoluogo per rilanciare il centro storico, supportando anche economicamente, l’apertura di nuove attività, la città costiera per offrire un’alternativa ad un sofferente comparto turistico che continua a perdere pezzi ed appeal. Fregiarsi dei due titoli significa chiamarsi fuori dal provvedimento che vorrebbe tagliare e di molto le aperture dei negozi. Lo hanno ribadito gli stessi leghisti la cui proposta, più rigida di quella dei pentastellati, punterebbe a consentire solo 8 deroghe speciali nell’arco dell’anno (di cui 4 domeniche a dicembre), eccezion fatta proprio per le località turistiche e le città d’arte. Più soft la proposta dei 5 Stelle che puntano ad una riforma basata su 12 aperture nei giorni di festa ed una turnazione con il 25% degli esercizi aperto di volta in volta. Linea morbida anche quella del Pd che a livello nazionale propone 12 giorni di apertura festiva nell’arco dell’anno con la possibilità per i negozianti al dettaglio di derogare al massimo 6 festivi a scelta tra i cosiddetti “giorni rossi” del calendario.

Gli annunciati effetti di questa rivoluzione nelle Marche quindi non ci dovrebbero essere tanto più che i pentastellati vorrebbero riassegnare proprio alle regioni la competenza su questa materia. A meno che, a quel punto, la giunta Ceriscioli a guida Pd, non decida di rimescolare le carte in tavola. Il passo indietro di Governo e di qualche associazione di categoria, però, questa volta non sembra supportato da concrete motivazioni. Non basta parlare di ritrovata unità della famiglia “almeno di domenica” con i negozi chiusi quando il commercio on line, aperto ad ogni ora, continua inesorabilmente a erodere fette di mercato ai tradizionali punti vendita già da qualche anno. O quando importanti discount del nord Italia hanno iniziato ad alzare le saracinesche anche di notte, come peraltro già avviene da decenni negli Stati Uniti.

I tempi sono cambiati, le abitudini idem. Negli ultimi tre mesi almeno il 62% degli italiani ha effettuato acquisti di domenica (fonte Noto Sondaggi). Lo spettro della liberalizzazione non deve fare paura, almeno in questo settore dell’economia. Guardare oltre confine, a Francia e Germania, dove la domenica assume una sacralità tutta sua ed i negozi perlopiù restano chiusi, per giustificare l’adozione di un provvedimento che nella realtà va in direzione opposta ai tempi, significa procedere con i paraocchi e non riconoscere che l’Italia, almeno su questo tema, aveva fatto da apripista con un modello di “pluralismo distributivo” che resta valido e concretamente innovativo.


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