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Green Pass, Il Faro: “Non lo chiederemmo per principio ma per ora il problema non si pone”, Belle Epoque: “Noi sì, ma sintonia con chi non lo fa”

PORTO SAN GIORGIO - Prima serata con la certificazione verde anti-Covid in vigore. I due esercizi sangiorgesi nella lista di Io Apro in cui figurano molte attività che hanno deciso di non chiedere il Green Pass ai loro clienti. Silenzi del Faro conferma la sua contrarietà alla richiesta della certificazione che spetta ai ristoratori. Ma per ora non serve: lavora con i tavoli all'aperto. Bordò del Belle Epoque la chiede ma anche lui si dice contrario alla disposizione
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di Giorgio Fedeli

“No, noi non lo chiederemmo perché troviamo quest’imposizione e questa legge inadeguate, con troppe incongruenze e, a tratti anche offensive per la ristorazione”. “Noi sì, lo chiediamo, ma siamo d’accordissimo con chi non lo fa”. Sono le posizioni di Riccardo Silenzi dello storico ristorante di pesce Il Faro, e di Marco Bordò, dell’american lounge bar e slow fooderia Belle Epoque, entrambi a Porto San Giorgio. Perché loro due? Semplice. Perché sono nella mappa dei locali Io Apro che non sono disposti a chiedere il Green Pass. Ma se Silenzi conferma le sue intenzioni, Bordò di fatto puntualizza che lui e i suoi lo richiedono.

Al Faro hanno le idee chiare. Ieri sera locale stracolmo, in veranda. Nessuno seduto ai tavoli al chiuso. E in queste condizioni è facile dire ‘no’ alla certificazione verde, d’altronde per chi siede all’esterno non è richiesta. Ma Silenzi non ha alcun timore di manifestare apertamente la sua convinzione. “Io non lo chiedo perché vedo nella legge molte incongruenze. Mi preme sottolineare e rimarcare che – puntualizza Riccardo Silenzi – per almeno altri due mesi lavoreremo in veranda e quindi non affronteremo il problema Green pass. Spero che nel frattempo le cose cambino. Se così non fosse sarebbe una sconfitta per tutti. Immaginate che siamo aperti dal 1960 e ci sono clienti che conosco da 20/30 anni. Alcuni frequentano il mio locale da prima che io nascessi. Si sono stretti dei rapporti che di grande affetto ed amicizia ed io dovrei metterli alla porta perché sprovvisti di un lasciapassare? Non scherziamo, questa gente è la mia famiglia. Preferisco chiudere piuttosto che lavorare così”.

“Sia chiaro, non sono – tende a puntualizzare Silenzi – un no vax e non ce l’ho con i vaccini. Ma che senso ha imporlo a noi ristoratori e non a una miriade di altre attività e strutture ricettive come alberghi, grande distribuzione. E poi perché, io che non sono un sanitario, un pubblico ufficiale, dovrei andare a conoscere le questioni intime dei miei clienti? Loro forse lo chiedono a me? Siamo noi ristoratori forse obbligati ad averlo? No. Io non lo chiedo, il Green Pass, per principio. Siamo in una situazione a mio avviso tutt’altro che delineata. Dobbiamo chiedere il Green Pass e poi, magari, andiamo al supermercato e tocchiamo di tutto. Lo scorso anno abbiamo visto come i ristoranti non siano stati sede di focolai. Io amo il mio lavoro, il contatto diretto, personale con il mio cliente. E se devo modificare anche questo, allora meglio chiudere”. Ma con i controlli come la mettiamo? “Se vengono e mi spiegano nel dettaglio tutte le incongruenze di una legge che trovo ingiusta e anche offensiva alla nostra intelligenza, se mi fanno capire che ho sbagliato, allora sono pronto a pagare. Venissero piuttosto a controllare la qualità del pesce che offro ai miei clienti, a come teniamo i frigoriferi”. Dunque un’adesione a Io Apro. “No, non condivido tutto quello che sostengono ma, francamente, non abbiamo altre armi a disposizione per dire ‘no’ a una norma ingiusta e contraddittoria. Io Apro raccoglie la voce di chi è in sofferenza. Veramente vogliamo offrire questa società ai nostri figli?”. Ma comunque al momento i clienti sono all’esterno, dunque nessun problema con la legge. “Vero, al momento non lavoriamo con i tavoli all’interno – conclude Silenzi – ma quando sarà necessario, spero che qualcuno si ravveda anche perché la maggior parte dei ristoratori andrà in grande affanno. Come la mettiamo con tutti coloro che, non avendo il Green Pass, resteranno a casa e utilizzeranno il delivery? Vogliamo davvero distruggere la ristorazione, tutti quei locali che fanno del contatto tra cliente ed esercente la loro forza? Se così sarà, scompariremo. Ma io non posso accettare che i miei clienti si siedano a tavola con la paura, che cambino ‘usanze’ dal tavolo al bagno passando per il corridoio. Per me il Green Pass è un pò come i banchi con le rotelle, anzi forse quelli…”.

“Sì io ho aderito a Io Apro ma – è il turno di Marco Bordò – il Green Pass lo chiedo. Sia chiaro, condivido la posizione di chi non lo fa ma, sono sincero, qui a Porto San Giorgio siamo troppo pochi. Non farlo vorrebbe dire richiamare continui controlli. Al bancone non serve, per lo staff non serve, per i clienti sì. E se uno siede fuori ma entra deve mettere la mascherina. Insomma quanti cavilli, quante distinzioni. Io so solo che in queste ore ho perso una prenotazione per 13 persone perché non tutti avevano la certificazione verde. E poi noi dovremmo anche chiedere, nel controllare i clienti, un documento? E chi siamo noi per farlo, siamo forse dei pubblici ufficiali? Non rischiamo nel chiedere un documento?”.


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