facebook twitter rss

“Teatri senza frontiere”: le prime impressioni di Proscenio dalle baraccopoli di Nairobi

TEATRO & SOLIDARIETÀ - Dal 17 settembre un gruppo di attori volontari, provenienti da diverse compagnie italiane di teatro per ragazzi, sta tenendo laboratori e spettacoli nelle baraccopoli di Nairobi, regalando il piacere del teatro anche a chi non ne dispone: ecco il report della prima settimana
Print Friendly, PDF & Email

 

Dal 17 settembre fino al 2 Ottobre, un gruppo di attori volontari, provenienti da diverse compagnie italiane di teatro per ragazzi, sta tenendo laboratori e spettacoli nelle baraccopoli di Nairobi, regalando il piacere del teatro anche a chi non ne dispone. A raccontarci le impressioni della prima settimana vissuta nella capitale del Kenya è Marco Renzi di Proscenio Teatro.

«Erano quattro anni che non tornavo in Africa, l’ultima volta era stato nel 2018, in Ghana. Avevo dimenticato le strade affollate, i clacson, la terra rossa, i ragazzi che ti seguono per chiedere soldi, la carne esposta, i mercati infiniti con i banchi sgangherati in legno, la merce a terra, le voci, gli odori, le stoffe colorate, le moto taxi e via dicendo. Come una madre premurosa l’Africa mi ha fatto ritrovare ogni cosa, già dal primo giorno: la sua struggente  bellezza, le mille contraddizioni e nonostante sia stata derubata e malmenata, continua a restare sempre viva, allegra e presente. L’Africa è enorme, ci vorrebbero due vite per conoscerla, per apprezzarne le mille lingue e culture, quello che sto scrivendo si riferisce a quel poco che ho avuto la fortuna di vedere. Il mondo è in debito con questi popoli e lo sa bene, tuttavia preferisce far finta di nulla, si stupisce persino della sua miseria, come se fosse estraneo a tutto questo, dimenticando secoli di vergognose deportazioni, poi altri di colonialismo, fino agli attuali sfruttamenti delle enormi risorse che persistono nonostante le proclamazioni di indipendenza del secolo scorso e i moderni Stati».

«Siamo arrivati a Nairobi, gigantesca metropoli di oltre cinque milioni di abitanti, in continua espansione, città che ti accoglie con i suoi avveniristici grattacieli circondati da infinite baraccopoli, dove vivono, in condizioni che nessuna fotografia può ridarci, milioni di esseri umani. Ricchezza e povertà passeggiano insieme in queste strade polverose e rosse, a braccetto, come amiche di vecchia data,  scandendo i passi di un noto e millenario balletto, sotto gli occhi di chiunque, senza vergogna alcuna, come mai in nessun’altra parte del pianeta. Capitale sterminata, punteggiata da mercati senza fine, piena di vie vocianti da mattina a sera, per diventare poi, quando scende la notte, minacciosa e sconsigliata».

«Ci sono decine di migliaia di bambini di strada a Nairobi, abbandonati a loro stessi, quanti con esattezza nessuno lo sa, è un esercito al quale non mancano mai soldati, ci hanno raccontato come durante la fase acuta della pandemia questa armata sia cresciuta oltre ogni misura, tante persone hanno perso quel poco di lavoro che avevano non potendo più garantire neppure il magro pasto al giorno. Allora i figli, come foglie in autunno, si sono staccati, andando a vivere in strada, cercando di campare con quello che potevano trovare. Ce ne sono di tutte le età, ogni tanto la polizia fa retate, ne prende qualcuno e lo porta dagli uomini di buona volontà. Da uno di questi siamo ospiti, è la seconda volta che TEATRI SENZA FRONTIERE lo incontra: sandali, chioma bianca e una forza che raramente si incontra. Padre Renato Kizito Sesana è un frate comboniano da oltre trent’anni in Africa, come i suoi fratelli costruisce, accoglie, educa, salva persone, dando loro un futuro che diversamente non avrebbero avuto. A Nairobi ha comperato terreni, edificato scuole, dato vita ad attività economiche, i bambini di strada li portano da lui, oggi me ne ha fatto conoscere uno che è li da quando aveva due anni, adesso va a scuola, gioca con gli altri, sorride, nonostante tutto quello che la vita gli ha riservato. Come lui ce ne sono centinaia accolti nelle strutture di KOINONIA COMMUNITY, la missione di Kizito, crescono, studiano, molti rimangono e si adoperano per accogliere chi avrà bisogno, chiudendo un cerchio di straordinaria bellezza. Ci sono scuole, laboratori artigianali, ristoranti, orti, case per dormire, vita che straripa in ogni dove, in un difficilissimo processo di autosufficienza, perché gli aiuti dall’Europa non arrivano più come una volta, la crisi morde anche i paesi ricchi e le conseguenze si fanno sentire. Nonostante questo arretramento i bisogni restano e bisogna farci fronte, ogni santo giorno. La cosa più stupefacente dei missionari comboniani non è solo ciò che riescono a fare, ma la capacità che hanno di guardare sempre avanti. Una volta creato un centro si adoperano per avviarlo e renderlo autonomo, cosa tutt’altro che semplice, poi, quando vedono che può camminare con le proprie gambe, partono e vanno a crearne atri altrove. Così sta facendo questo Padre che, oltre a Nairobi, ha aperto centri di accoglienza in Tanzania e Sud Sudan, e, nonostante i suoi splendidi ottant’anni, continua ancora, con una tenacia  e una luce che davvero poche persone possiedono».

«Certo il problema è immenso, riguarda milioni e milioni di esseri mani e di fronte a questo non si può che ammutolire per la sproporzione delle forze in campo. Kizito però, come tanti altri, si è rimboccato le maniche e sta dando la sua vita per aiutare, esponendo, come un bravo pittore, le sue palesi opere di bene. E’ proprio di fronte a queste evidenze che bisognerebbe portare alcuni governanti del pianeta, farli inginocchiare e pensare. Come si può, in un mondo così contraddittorio, decidere di invadere un Paese mandando al massacro migliaia di giovani, come può essere possibile e quale ragione può giustificarlo. Basta con miliardi di risorse buttate nelle armi quando la gran parte dell’umanità soffre ancora la fame e non gode dei più elementari diritti, fin quando tutti non avranno accesso al cibo, all’acqua, all’istruzione e al lavoro e ad una vita dignitosa, la guerra dovrebbe essere vietata per legge universale e per buon senso. Ammazzarsi è intollerabile, sempre e ovunque, ma ancor di più quando si vedono situazioni come quella che abbiamo davanti agli occhi in questi giorni: migliaia di case distrutte in Ucraina a fronte di milioni di persone che non ne hanno in Kenya. A questo punto i paragoni potrebbero continuare con un lungo e imbarazzante elenco lesivo dell’intelligenza del genere umano».

«Mi piacerebbe portare Putin (e a dire il vero anche tanti altri) negli slam di Nairobi, poi lasciarlo libero e solo, senza guardie del corpo, che giri, che veda, che abbia modo di confrontarsi con il mondo nella sua stupefacente realtà».

 

Articolo correlato:

Il Marameo Festival sbarca nelle baraccopoli di Nairobi: al via il progetto di “Teatri senza frontiere”


© RIPRODUZIONE RISERVATA


Torna alla home page


Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati




Gli articoli più letti