Il ricordo di Luciano Romanella nelle parole dei tecnici della Federazione Pugilistica Italiana

FERMO - L'ex presidente del Comitato Regionale Marche della Fpi tributato in un sentito commiato dai maestri della disciplina sportiva

Luciano Romanella con alcuni dei maestri della “nobile arte” afferenti al Comitato Regionale Marche della Fpi

di Redazione

FERMO – Nel giorno del rito funebre, la figura di Luciano Romanella viene sentitamente ricordata, tra gli altri, anche dal mondo della boxe.  Sono i tecnici del Comitato Regionale Marche della Federazione Pugilistica Italiana a delineare un quadro a tutto tondo dell’ex numero uno federale marchigiano. Molti gli appuntamenti organizzati insieme, sotto il mandato sportivo griffato Romanella, per ragazzi ed adulti, con il ring a far convergere in tantissime circostanze l’operosità dei vertici burocratici e dei maestri della disciplina sportiva nota come la “nobile arte”.

«Chi è stato Luciano Romanella? Un uomo libero innanzitutto, non sopportava nessun vincolo e nessun padrone, non soggiaceva a nessuna bandiera, a nessuna autorità: se doveva mandare a quel paese qualcuno, chiunque fosse stato, non si faceva alcuno scrupolo, rimaneva fedele solo a se stesso – l’inizio del racconto dei tecnici pugilistici -. E’ stato un uomo esuberante sicuramente, sovrabbondate, eccessivo, sempre sopra le righe, esagerato, fuori luogo a volte, narcisista, ma a modo suo ci teneva alla gente, alla gente semplice soprattutto, alla gente vera, quella che si sporca le mani tutti i giorni per vivere. Gli piaceva far parte di chi comanda e ha un peso nella società, ma non dimenticava mai che lui è uno del popolo e sapeva stare in mezzo agli ultimi come tra i primi alla stessa maniera, dando dignità agli ultimi e sminuendo i primi».

«Un uomo vitale, dinamico, energico, decisivo, sempre in prima fila, sempre protagonista assoluto, capace di entusiasmarsi e di infuriarsi come un bambino. Pensarlo senza vita è impossibile, lo penseremo tutti a dirigere in un ipotetico aldilà. Non è mai mancato ad una riunione di pugilato, non solo presenziava, faceva da speaker, con la sua voce graffiante, introduceva, premiava, aveva la dote di saper parlare a braccio e fare discorsi che arrivavano a tutti. Serviva a lui, in questa circostanza, fare un discorso per sé stesso, ed avrebbe di certo fatto meglio di noi – prosegue la missiva -. E’ stato un uomo coraggioso, non aveva paura di niente e nessuno poteva impedirgli di fare o di dire quello che voleva. Sapeva affrontare, parlando schietto e senza scrupoli, guardando diritto in faccia ed è per questo che nonostante gli innumerevoli scontri aveva comunque il rispetto di noi ex pugili, che sotto sotto sappiamo che a volte scontrarsi fisicamente è più facile di parlare sinceramente senza peli sulla lingua, come faceva lui».

«Ed è stato un presidente eccezionale – la virata sull’impegno istituzionale vissuto nel mondo della boxe –, nel senso di fuori dal comune, ha saputo dirigere con carota e bastone noi tecnici del Comitato Regionale Marche della Federazione Pugilistica Italiana che di certo non siamo persone semplici da gestire. Sapeva dare importanza ed esaltare un tecnico quando serviva, ma sapeva anche colpire forte e con decisione quando era necessario, sapeva dare fiducia alle persone giuste e difendere le giuste cause al di là dei precedenti risentimenti che comunque non erano mai personali. Gli attacchi, come spesso ricordava, riguardavano sempre il ruolo e mai la persona, anche quando erano “coloriti”, per usare un eufemismo. Si è esaltato con noi allenatori per le grandi vittorie, si è infuriato selvaggiamente, lo abbiamo reso orgoglioso e lo abbiamo deluso, ha fatto i suoi errori e noi tecnici abbiamo fatto i nostri, ma di certo ha diretto questa grande famiglia della Fpi Marche con tanto cuore e passione, ed è stato un quadriennio più che mai vivo e fruttuoso, nessuno può negarlo».

«Concludiamo come avrebbe concluso lui – il sentito congedo -, tre volte grazie a Luciano Romanella: grazie per quello che ha fatto, grazie per quello che sta facendo ora, cioè ci sta costringendo a guardarci dentro, e grazie per quello che continuerà a fare lasciandoci come eredità un po’ della sua energia vitale che è fondamentale per il nostro sport».

 

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