Sedia a rotelle, disabilità e moralismi: la denuncia di Fedeli

PUNTO - «Una persona su una sedia a rotelle non è inutile. Inutile è una cultura che misura la dignità umana con il metro della performance»

 

 

 

 

 

 

di Giuseppe Fedeli

Durante una trasmissione televisiva, un giornalista di lungo corso ha detto, ha detto che, se si vive in stato di immobilità su una sedia a rotelle «a non far nulla, è inutile vivere così a lungo».

Dentro questa frase aberrante c’è tutto il disprezzo elitario di un certo coté che si riempie la bocca di inclusione, diritti e rispetto… salvo poi considerare “inutile” una vita segnata dalla disabilità.

Perché il punto è proprio questo. Quando usi la sedia a rotelle come metafora dell’inutilità, stai dicendo che il valore di una persona dipende da quanto produce, da quanto corre, da quanto è efficiente. Ed è gravissimo.

Ci sono persone in carrozzina che lavorano, combattono, crescono figli, studiano, insegnano, fanno sport, aiutano gli altri e affrontano ogni giorno difficoltà che molti opinionisti da salotto non reggerebbero nemmeno per una settimana. E invece arriva il solito moralista televisivo radical chic che, pur di fare propaganda contro il governo, finisce per insultare milioni di persone fragili e le loro famiglie.

La cosa più ipocrita?

Che queste lezioni arrivano sempre dagli stessi ambienti che pretendono di decidere quali parole siano “inclusive”, quali battute siano “offensive” e quali pensieri siano moralmente accettabili. Poi però, appena parlano spontaneamente, esce fuori quello che pensano davvero: che una persona anziana, malata o disabile sia una vita “ferma”, “inutile”, quasi un peso.

No. Una persona su una sedia a rotelle non è inutile. Inutile è una cultura che misura la dignità umana con il metro della performance. E forse questa vicenda ha avuto almeno un merito: smascherare, ancora una volta, l’ipocrisia di chi predica umanità ma poi perde il rispetto proprio verso i più fragili.


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