Giuseppe Fedeli

di Giuseppe Fedeli *
La comunicazione (se oggi di comunicazione si può parlare…) online attraverso veri e propri “ordigni”, nonché perniciosa sotto il profilo emozionale,  annulla quelle che sono le pause necessarie a scandire i vari momenti di riflessione (e ragionamento) riguardo a un argomento (e, perché no, a un sentimento) quale che sia, che si leghi ad una speculazione o ad una attività pratica, svolte nell’arco di un’intera giornata. Antesignane del cellulare le trasmissioni trash, che hanno inculcato nel popolo dei teleutenti il (falso) convincimento che buttare fuori le proprie emozioni e darle in pasto a un pubblico famelico significhi catarticamente liberarsene: quando il pianto e il riso telecomandato non fanno altro che appiattire, specie i giovani, su una concezione distorta dei sentimenti, tale per cui questi si possono pilotare a comando (o a casaccio), mimando le altrui (astruse?…) vicende.
In parole povere, i giovani non sanno più nominare i sentimenti, che diventano indifferenziati liofilizzati al pari di qualsiasi altra sensazione ed emozione: non c’è più nessuna declinazione, una copula per “suggellare” l’approccio, “uguale” quanto alla valenza distopica a una freccia di Cupido. Ora, non essendoci più capacità di discernimento (sempre valido l’adagio che chi ha tanti amici non ha nessun amico: figuriamoci il popolo dei like!…), la via obbligata è quella della omologazione. Pericolosissima, terrificante, poiché devia queste povere vittime reclutate dal “regime” verso un pensiero unico, che fa di loro automi da catechizzare ad altrui piacimento.
* giudice
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