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“Il Coronavirus vi allontana dai vostri cari
e uccide, restate a casa”
il toccante monito del medico Marco Ercoli

VIRUS - La testimonianza di Marco Ercoli, medico del Pronto soccorso dell'ospedale Murri di Fermo. Tra sarcasmo e dura realtà dei fatti per arrivare all'accorato appello: "Restate a casa"

Marco Ercoli

“Vi presento io il Coronavirus”. Iniziano così le considerazioni, toccanti, di Marco Ercoli, medico 118 del Pronto soccorso che, con un post su Facebook, racconta tutta la drammaticità del Coronavirus, questa volta vissuta dalla parte di chi è chiamato quotidianamente, senza sosta, senza orario, a fronteggiare l’emergenza. E purtroppo, nelle situazioni peggiori, a confrontarsi con la morte del paziente e la disperazione dei familiari. Il tutto segnato dalla solitudine di chi sta vivendo, magari, i suoi ultimi istanti prima di spirare. Tra domande strazienti e un crudele destino. Un racconto, quello di Ercoli, con un solo obiettivo: magari scuotere le coscienze ma solo per cercare di spingere tutti a restare a casa, a evitare ogni forma di contagio. Perché, e i numeri di questi giorni lo confermano inconfutabilmente, di Coronavirus si può morire.
“In fondo vi capisco, capisco chi – l’iniziale sarcasmo di Ercoli – continua ad uscire per fare magari solamente due passi ignorando le indicazioni, in fondo voi non lo avete mai visto, solo raccontato in tv dall’opinionista di turno che magari lo chiama ‘poco più di un’influenza’ ed allora, se ne avete voglia, prendetevi due minuti per conoscerlo…
Ve lo presento come l’ha conosciuto Anna (il nome ovviamente è stato modificato), che arriva una notte in stanza di emergenza, Anna è una signora di mezza età, tre figli e 4 nipoti, da qualche giorno aveva un po’ di febbre e se ne è stata in casa, poi da oggi pomeriggio improvvisamente una fortissima tosse che quasi non la fa più respirare, allora la chiamata al 118 ed il trasporto in Pronto soccorso. Entra e la accogliamo subito, come sempre: esami, lastre, terapia, come sempre. Anna peggiora, non risponde alle nostre manovre, gli esami vanno male. A volte capita purtroppo, come sempre. Ma è qui che il nostro amico si presenta, il signor CoViD, ed è qui che succede quello che non succede mai, in questi casi uno di noi esce subito dalla stanza d’emergenza e si precipita in sala d’attesa, dove uno, due, quattro familiari sono in trepidante attesa di notizie che noi con premura cerchiamo sempre di fornire rapidamente, soprattutto quando non sono incoraggianti. L’altra notte questo non abbiamo potuto farlo. L’ospedale è isolato, divieto di accesso ai congiunti per non trasmettere il virus. Recuperiamo un numero di cellulare e cerchiamo di dire attraverso un telefono la notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere: “sua madre/moglie/figlia sta morendo”…e dall’altra parte silenzio. Cos’altro aspettarsi? Non ci sono occhi da guardare per alleviare un pò il dolore, non ci sono mani da stringere per sentirsi più vicini, non c’è quell’abbraccio che solo la presenza in silenzio può dare. E dopo questa surreale telefonata si torna da Anna, e non sai come spiegare ad una signora che fino alla scorsa settimana preparava dolci circondata dai familiari il perché di, come dice lei “nessuno è qui vicino a me?
Questo è CoViD-19, o Coronavirus, o comunque lo si voglia chiamare. Se mi si chiede se è la malattia peggiore che abbia visto vi dico sì. Perché? Vi lascia soli. Se si è fortunati, sarà una parentesi in cui in ospedale da ricoverati vedrete solo gli occhi del medico o dell’infermiere dietro la maschera, altrimenti si finisce chiusi dentro un sacco (perché questa è la disposizione) e tumulati senza che nessuno possa più vedervi o salutarvi, nemmeno per l’ultimo bacio. Ora che spero di avervelo fatto conoscere un pò meglio, mentre alcuni di noi sono costretti a rischiare tutti i giorni la pelle e vorrebbero essere e posto vostro, spero che ci pensiate almeno tre volte prima di andare tutti i giorni a fare la spesa, a fare due passi con il cane o due chiacchiere in giro per la strada…state a casa. Un abbraccio”.

 



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