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Non solo Covid19: il Pronto Soccorso
dall’abuso all’emergenza,
problemi di ieri e assetto di domani
L’analisi del direttore Antonio Ciucani

FERMO - Il Pronto soccorso dell'ospedale Murri di Fermo dal pre al post Coronavirus: come è stata affrontata l'emergenza, l'utilizzo 'improprio' nella fase pre-virale emerso con i numeri degli accessi, e la corsa per evitare la promiscuità negli accessi durante il picco Covid-19. Cosa cambierà e cosa dovrà cambiare con la riorganizzazione della 'porta dell'ospedale'. L'analisi del suo direttore facente funzioni, Antonio Ciucani
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Il direttore ff del Pronto Soccorso, Antonio Ciucani

di Giorgio Fedeli (foto Simone Corazza)

Covid19…ma non solo. Basterebbero queste poche parole per riassumere la complessità del lavoro affrontato in queste settimane di pandemia dal Pronto soccorso del Murri di Fermo. Sì perché il reparto che da sempre, fisiologicamente, è considerato ‘la porta dell’ospedale’, troppo spesso il parafulmine di ansie, nevrosi e criticità, con il propagarsi del virus si è trovato tra l’incudine delle emergenze, quelle per così dire routinarie, quotidiane, e il martello della pandemia. Ma il colpo è stato retto egregiamente.

E per il direttore facente funzioni del Pronto soccorso e del 118, Antonio Ciucani (la dicitura corretta sarebbe direttore di medicina e chirurgia d’urgenza e d’accettazione), che, in una simpatica parentesi, è davvero molto poco social “ma spero – scherza – socievole”, con la fase due alle porte, è già tempo di bilanci. Per il ‘refugium peccatorum’ dei cittadini, come lo stesso Ciucani definisce il suo reparto, infatti il Coronavirus può rappresentare, deve rappresentare l’anno zero. In che senso? Semplice: il virus ha portato allo scoperto sì cosa nel Pronto soccorso va migliorato ma anche come deve cambiare l’approccio dei pazienti, dei cittadini, a quella ‘porta della sanità fermana’. Dall’abuso che se n’è fatto fino ad oggi a cosa dovrà giocoforza cambiare da domani, dal dopo-Coronavirus. 

“Stiamo vivendo un momento importantissimo perché la pandemia ci sta dando una tregua, che ovviamente spero duri all’infinito ma gli esperti purtroppo parlano di un possibile prossimo colpo di coda del virus. Ecco perché dobbiamo approfittare di questo periodo per improntare una seria riflessione da sviluppare più avanti. Partiamo guardandoci indietro. Con 120 unità di personale e solo 3 contagi mi reputo davvero fortunato, anzi diciamo pure che siamo stati bravi. Il momento più difficile è stato quando è arrivata l’onda del virus. Certo, qualche errore l’avremo commesso anche noi ma dobbiamo farne tesoro e guardare avanti. Inizialmente siamo stati costretti all’improvvisazione. Iniziamo da quest’aspetto per essere più preparati qualora, con i debiti scongiuri, dovesse ricapitare qualcosa del genere. Dai 120/130 accessi al giorno, per ogni tipo di problema, nel periodo nel pre-Covid19, siamo passati ai 30/35 accessi giornalieri e l’80% di questi per possibile contagio da Coronavirus. Da ogni tipo di patologia, trauma, ferita o problema neurologico, si è passati alla quasi totalità di sospetti sintomi da virus”.

Il pronto soccorso, oggi

I numeri, però, evidenziano un aspetto impossibile da non analizzare: fino all’arrivo del Covid, c’è stato un utilizzo smodato da parte dei cittadini della ‘porta dell’ospedale’, un abuso insomma.
“Più che smodato direi inappropriato. Il Covid ha, questo sì, smascherato un utilizzo improprio del Pronto soccorso. Questo non è un reparto come gli altri: chi arriva con un problema, o presunto tale, che può spaziare dal maldipancia al grave trauma, da sempre vuole risposte immediate. E poi andare al Pronto soccorso costa poco, non ci sono i tempi di attesa di una prenotazione. E tutto questo pesa sulla gestione del reparto”. Sì ma chi accusa un problema quasi mai sa riconoscerne veramente la gravità. Quindi la telefonata al 118 scatta giocoforza in automatico. “Vero, ma qui vediamo di tutto, dalle patologie sicuramente serie e gravi, dal sospetto infarto al problema neurologico, dalla ferita e al trauma gravi, da chi non riesce più a stringere la mano a pugno a chi ha all’improvviso difficoltà a parlare, fino al doloretto alla caviglia. C’è chi arriva da noi perché il figlioletto ha 38 di febbre. Magari prima poteva fare una telefonata al medico di famiglia, al pediatra. C’è chi arriva perché ha avuto un lieve mancamento, che nell’anziano spesso è semplicemente un abbassamento di pressione (a maggior ragione ora che si va incontro alla stagione calda), una leggera disidratazione. Queste situazioni potrebbero essere gestite a domicilio con una presenza maggiore dei servizi territoriali perché i cittadini devono capire che c’è una sanità all’interno dell’ospedale ma ce n’è anche una fuori dal Murri, la medicina territoriale dà anch’essa delle risposte ma certo, ne sono consapevole, non può avere l’immediatezza del Pronto soccorso. Spesso i cittadini non hanno voglia di attendere la visita del medico di famiglia, è più facile venire da noi. Questo, però, va ad ingolfare il nostro sistema. E alla fine siamo costretti a constatare che troppo spesso l’ansia ha prevalso sulla gravità della malattia. Tornando al virus, il nostro ospedale è diventato subito un Covid hospital pur mantenendo anche reparti ‘puliti’, no Covid per intenderci. Devo fare i complimenti alla direzione sanitaria per come ha gestito questa delicatissima fase e anche per non averci mai fatto mancare sostegno e supporto, a partire dalla dotazione di dispositivi di protezione individuale. E se, come dicevo, abbiamo tenuto botta, è stato anche grazie al personale, a partire dalle figure ‘caposala’. Ma prima della separazione Covid-noCovid il Pronto soccorso si è trovato, giocoforza, a gestire ogni tipo di paziente. Tre categorie: quello che, come sempre, viene da noi per una qualsiasi problematica o trauma, il Covid, e il sospetto Covid. Tre tipologie di pazienti che non potevano in alcun modo entrare in contatto tra loro, col rischio che l’infetto contagiasse il non infetto, magari solo sospetto. Insomma abbiamo avuto un onere gravoso assicurando un percorso protetto al no Covid, garantendo la piena assistenza al contagiato e gestendo al meglio il sospetto. Il tutto isolando l’uno dagli altri”.

Sembra di capire, quindi, che il problema dei problemi, all’inizio, è stato il rischio promiscuità: “Esattamente, ed è proprio per questo che, senza mai abbandonare il nostro compito primario nella gestione delle emergenze, ci siamo da subito messi al lavoro con la direzione per realizzare specifici, e separati, percorsi a seconda del contagiato, del non contagiato o del sospetto Coronavirus. E in tutto questo aggiungiamoci pure il garantire la massima sicurezza per i pazienti e per il nostro personale, che abbiamo diviso in due squadre (Covid e no Covid), anzi spesso in tre (anche per i sospetti, appunto). Quando tutto sarà finito, senza fare inquisizioni, dovremo fermarci a riflettere e ad analizzare quello che abbiamo affrontato e come lo abbiamo fatto”.
Si dovrebbe partire da una rimodulazione degli spazi? “Sicuramente questo potrebbe essere un primo step predisponendo una reversibilità per un Pronto soccorso modulabile negli spazi che ci consenta di passare da un assetto all’altro, rapidamente e senza rischi per nessuno”.

E sul personale come siamo messi? “Quello scarseggia, soprattutto nella parte infermieristica. Ma questo, lo sappiamo, è un problema non solo fermano, è nazionale. Certo, io auspico un potenziamento ma in situazioni limite, come potrebbe essere con una nuova ondata (e qui per il direttore Ciucani scattano nuovamente gli scongiuri) siamo in grado di recuperare personale da altri reparti. Certo è che il Coronavirus imporrà una rimodulazione anche nell’utilizzo degli spazi del nostro reparto. Andremo verso un utilizzo diverso dei locali nella distribuzione delle persone che accedono a Pronto soccorso, la concentrazione degli utenti nelle stanze non potrà più essere la stessa di prima. Insomma nuove regole e la rimodulazione dovrà avvenire in tempi brevi”.

Si parlava delle risposte sanitarie fuori dall’ospedale, che nell’opinione comune hanno due volti: quello del medico di famiglia e quello delle pubbliche assistenze e del 118. L’interazione ha funzionato? “Io vengo dal 118, è una realtà molto particolare. E’ evidente a tutti, ad esempio che la nostra provincia non abbia una centrale operativa: anche per il Fermano risponde Ascoli Piceno (e questo perché quando sono state istituite le centrali, una per provincia, Fermo ancora non lo era). La rete di emergenza ha risentito di una serie di variabili. Le uscite sono diminuite e quasi tutte erano per sospetto Covid. Per un operatore in centrale, dal telefono, non è certo facile effettuare il triage telefonico o, in questo periodo, identificare un possibile contagio. Spesso dall’altra parte della cornetta ci sono persone in preda al panico che non sanno fornire le necessarie informazioni, pur seguendo le indicazioni dell’operatore. E tutto il sistema, partendo dal primo intervento ovviamente, ne risente. Abbiamo corso qualche rischio, sì. Ma per fortuna e per meriti degli operatori tutti, abbiamo superato le criticità con grande cooperazione e un’impeccabile sinergia di cui devo dare merito alla direzione sanitaria, al nostro personale, al 118. Noi abbiamo sempre avuto i dpi e la disponibilità di tutti a impegnarsi senza sosta non è mai mancata”.

Ma, anche in virtù dell’emergenza Covid, serve una centrale operativa fermana? “Il bacino di utenza, con la divisione tra province di Fermo e Ascoli, non è comunque aumentato. Quindi non credo che sia semplice averla, non penso sia una strada percorribile. Quello che servirebbe, però, questo sì, sarebbe un maggior interscambio conoscitivo tra la centrale operativa e il nostro territorio, il nostro sistema di gestione dell’emergenza, con le postazioni territoriali. Noi potremmo andare da loro e loro venire da noi perché, ad esempio, l’assetto sanitario fermano non è uguale a quello ascolano. E l’interscambio sarebbe proficuo per tutti”. Insomma migliorare per offrire risposte sempre più efficienti e rapide”. Ma in questo scacchiere una maggiore responsabilità del cittadino, a partire dall’utilizzo del Pronto soccorso (come numeri Covid e preCovid insegnano) ha un ruolo imprescindibile. Per la serie ‘insieme ce la faremo’, contro il Covid…sì ma non solo.



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